Non meno certo è che la figura del giovine, situato a sinistra, è il ritratto idealizzato di Giuliano, somigliantissimo, parmi, all'altra figura di Giuliano, che è nel quadro dell'Epifania del medesimo Botticelli; e quasi lo stesso motivo poetico delle Stanze e del quadro la Primavera, e la poesia attribuita a Giuliano de' Medici, ma che il Carducci giudica del Poliziano, ed è diretta alla Simonetta. Se la ninfa del quadro sia il ritratto della Simonetta, fra tanta incertezza dei ritratti di questa vaga e celebre beltà, non si può forse determinare assolutamente, ma altri emblemi, il lauro allusivo a Lorenzo, i tre fiori d'ireos fiorentina, tutto concorre a dare a quel quadro un significato Mediceo spiccatissimo, e si sa che i Medici l'ebbero caro come un ricordo di famiglia.
Comunque, il dolce nome della Simonetta mi riconduce a Lorenzo, perchè dalla vista di lei morta e portata, scoperto il volto, al sepolcro, come narra il famoso epigramma latino del Poliziano, Lorenzo pretende, nel Commento ai propri sonetti amorosi, essersi sentito sollevare alla perfetta cognizione platonica dell'amore, da una morta trapassato poi in una viva, dalla Simonetta in Lucrezia Donati, da lui incontrata in una festa, alla quale “concorsono, dic'egli, tutte le giovani nobili e belle„. È una gentilissima invenzione, ma invenzione di certo, perchè l'amore della Donati è precedente di dieci anni almeno alla morte della Simonetta, e solo dimostra che continuò anche dopo il matrimonio di Lorenzo con Clarice Orsini, sempre però puro, ideale, platonico, petrarchesco, come assicura Ugolino Verini, un poeta intrinseco di Lorenzo, e dietro a lui molti altri confermano, sicchè noi non possiamo far di meglio che credere ad occhi chiusi a sì concordi testimonianze.
Tutta questa lieta visione di giovinezza e di amori si dilegua nella congiura de' Pazzi. Non rinarrerò quella scena, una delle più straordinarie della storia di Firenze, perchè tutte già l'avete a memoria; quella messa in duomo col Cardinal Riario, che assiste; Giuliano e Lorenzo de' Medici con parecchi loro amici, vicini al coro e circondati, senza saperlo, dai congiurati; il popolo devoto, che li attornia, e mentre il sacerdote celebrante solleva l'ostia consacrata e le campane suonano a gloria, Giuliano, ferito a morte dal Bandini, cadere immerso nel proprio sangue, Lorenzo assalito e ferito anch'esso, ma avvoltasi la cappa a un braccio e tratta coll'altro la spada aprirsi il passo alla sagristia, dove riesce a scampare. La chiesa è tutta un tumulto; le vôlte quasi crollano alle grida; il Cardinal Riario, accovacciato presso l'altare, ne rimarrà pallido di terrore tutta la vita. Intanto a quel suono di campane, altri congiurati, con l'Arcivescovo Salviati alla testa, assalgono il Palazzo della Signoria, ma sono presi, i principali impiccati alle finestre, altri respinti, mentre il popolo, infuriato per la morte di Giuliano, vuol riveder salvo il suo Lorenzo dalle finestre del Palazzo di Via Larga, poi trucida per le vie quanti congiurati o sospetti gli vengono alle mani, chi dice settanta, chi cento, chi più; giustizia orrenda, ma che dimostra avere il popolo giudicata la congiura per quel che era, una trama ordita, non per amore di libertà, ma per odii e cupidigie private dei Pazzi, del Papa e dei Riario, suoi nipoti, e quindi aver senz'altro voluto vendetta dei congiurati. Dissimulando la complicità sua, il Papa ruppe guerra a Firenze e vi trascinò il Re di Napoli, suo alleato, pretendendo che la guerra era fatta non a Firenze, ma a Lorenzo. Questi vide bene il pericolo di tale perfidia; intuì rapidamente la necessità d'un gran colpo, scindere cioè l'alleanza del Papa col Re, e deliberò a qualunque rischio di consegnarsi da sè nelle mani del Re. Partì accompagnato dai voti e dall'ammirazione di tutti. Tornò colla pace, tornò glorioso, tornò onnipotente, e di questo momento si valse subito per riassodare l'autorità sua e della sua Casa. Questo si chiama veder chiaro in politica! Di più, poteva in quel momento esser principe e non volle; preferì una repubblica signorile a una signoria repubblicana. Questo si chiama moderarsi nella vittoria, la più difficile di tutte le virtù politiche. Poteva cioè uscire dalle tradizioni della storia fiorentina e non volle!
Quante volte il fatto dei Medici e di Lorenzo non s'è ripetuto anche nella storia d'altri paesi? Al ritorno di Cosimo dall'esilio il popolo vide in lui un liberatore, non un tiranno. Al ritorno di Lorenzo da Napoli accadde lo stesso e anche più. Perciò non credo ch'egli avesse bisogno di corrompere il popolo, distillandogli i sottili veleni della voluttà per meglio dominarlo. Anche questa è una delle tante frasi fatte, ma, ha ragione il Gaspary, “un individuo non corrompe una nazione, quando essa non sia già corrotta„. Quanto a morale e gusto di piaceri, il popolo valeva il signore e il signore il suo popolo. Per questo s'intesero così bene! Nè si nieghi l'azione di Lorenzo sulla civiltà della Firenze d'allora, sofisticando su qualche data di nascita o di morte di grandi artisti, perchè tutta la grande fioritura artistica e letteraria del 400 fiorentino è Medicea, nè tali quistioni si trattano coll'orologio alla mano. Il vero è che nè una protezione principesca basta da sola a creare una civiltà, nè una tirannia, anche più deprimente di quella dei Medici, a farla sparire. V'ha bensì sull'ultimo della vita di Lorenzo, come già dissi, un principio di reazione morale e religiosa, che s'incarna nel Savonarola, ma la impicciolirebbe di troppo chi la considerasse provocata da un uomo solo, anzichè dall'indole generale della nuova cultura, dei nuovi costumi e dei nuovi tempi. Le lettere, che Lorenzo scrive alla morte di sua madre, la pia e ingegnosa donna, la quale negli argomenti de' suoi inni sacri precorre il Manzoni, mostrano la tenerezza filiale di Lorenzo. Le lettere di Clarice Orsini e del Poliziano, del Pulci e di tanti altri mostrano l'amor suo pei figli, la sua bonaria e fedele affezione agli amici, dai quali fu idolatrato, e, quanto alla moglie, lasciando stare se il mi fu data dei Ricordi di Lorenzo sia la frase indifferente, che significa il fidanzamento o che la sposa non fu di sua scelta, certo è che i fatti e i documenti dimostrano rapporti non mai interrotti di affetto e di stima. Intercedendo per chi l'ha offeso: “non fareste, essa gli scrive, secondo la natura vostra a non gli perdonare„; parole, che fanno il maggior onore ad essa ed a lui e scritte l'anno stesso della congiura de' Pazzi, quando l'animo di Lorenzo dovea esser meno che mai disposto ad indulgenza. E quando si leggono nella lettera di Matteo Franco, che descrive il ritorno di Clarice dal Bagno a Morba, le parole, ch'essa risponde ai poveri terrazzani di Colle, i quali la supplicano di raccomandarli a Lorenzo, si vede chiaro quant'essa era addentro nel segreto della sua politica e con che arte gentile sapea all'occasione farsene strumento.
Se non avessi già troppo abusato della vostra cortese attenzione, mi sarebbe dunque facile dimostrarvi coi documenti alla mano che Lorenzo fu buon figlio, buon padre, marito convenientissimo, nella stessa guisa che potrei e dovrei mostrarvi, che come critico, precorre studi moderni, che come poeta, sorpassa forse il Poliziano ed il Pulci per osservazione della realtà e per sentimento vivo e immediato della natura esteriore, che, come umanista, tempera gli eccessi della scuola col culto della lingua volgare, di cui è restitutore e mantenitore, che, come filosofo finalmente, modera l'irreligione del tempo col teismo neoplatonico, il maggior tentativo di accordo fra il cristianesimo e la filosofia, quantunque non potesse di certo parer sufficiente al Savonarola.
Se come uomo Lorenzo de' Medici deve dirsi buono, se come letterato e filosofo superiore al suo tempo (il quale tuttavia non ha nel suo complesso chi lo rappresenti meglio e più intieramente di lui), forsechè come politico è inferiore agli altri signori e principi del tempo suo? Il sistema d'equilibrio dei quattro maggiori Stati d'Italia, quale lo praticò Lorenzo al disopra della scellerata politica degli altri principi, compresi i Papi, al disopra dei pregiudizi Guelfi Fiorentini, al disopra d'ogni interesse di famiglia, perchè nella politica estera egli non ha, nè può avere, notate bene, appunto perchè non principe, altro pensiero che della potenza di Firenze, lo rende indubitabilmente superiore a tutti gli statisti, non speculativi, ma operanti del suo tempo. Ed ebbe pure il presentimento del donde potea venire il pericolo futuro, poichè quando Luigi XI gli profferse aiuto contro il Papa ed il Re di Napoli: “io non posso, disse, anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse Iddio che ai Re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare le proprie forze in questo paese. Quando ciò accada, l'Italia sarà perduta!„ E lo fu in realtà, due anni dopo appena ch'egli era morto. Non possiamo dire, ch'egli avrebbe impedita la catastrofe, ma ben possiamo esser certi che la sua condotta non sarebbe stata così pazza ed improvvida, come fu quella di Piero, suo figlio.
Moriva Lorenzo l'8 aprile 1492 nella sua villa di Careggi fra il dolore disperato dei congiunti e degli amici; moriva fra il lutto e le lagrime di tutto un popolo; moriva nel colmo della potenza e della gloria. Ciò non potè tollerare l'intolleranza Piagnona e creò la leggenda del Savonarola che all'ultim'ora gli nega l'assoluzione e lo lascia morire fra i rimorsi. Nè basta. Ci voleva un po' di delitto per colorir meglio il quadro e si raccontò, e si cantò anche in versi elegiaci, che il medico Pier Leoni di Spoleto fu gettato in un pozzo per ordine del primogenito di Lorenzo. Quanto alla prima parte della leggenda, essa, come questione storica, s'è ingrossata, e allorchè un Villari le presta fede, un Ranke non osava più negarla addirittura, un Reumont la giudicava per lo meno incerta, non oserei io di mescolarmi in tal disputa. Debbo però al mio gentile uditorio la mia opinione, ed è che la lettera del Poliziano a Jacopo Antiquario, in cui il Savonarola (ciò che s'accorda anche col tempo) si mostra solo uomo di chiesa e ammonisce e benedice (non confessa ed assolve) in articulo mortis il peccatore pentito, mi pare a tutt'oggi il solo documento attendibile e che tutte le altre parole messe dalla leggenda in bocca al Savonarola e a Lorenzo mi sembrano un anacronismo e un assurdo. Quanto al medico, la lettera, ora pubblicata, di Bartolommeo Dei toglie ogni dubbio. Impazzò e si suicidò! Meno male, perchè il terribile Perrens aveva già scartata l'ipotesi del suicidio, dicendo: “Les medécins tuent, ne se tuent pas!„
Ed ora concludiamo. Chi dalle mie parole argomentasse che ho voluto fare non la storia, ma l'apologia di Lorenzo il Magnifico, avrebbe gran torto. Nè l'una, nè l'altra, se mai; non la storia, perchè in sì piccolo quadro non si fa star dentro una così grande figura; non l'apologia, perchè non credo che Lorenzo n'abbia bisogno. Volli esporre il concetto, che mi sono formato della storia di Lorenzo in relazione a quella di Firenze e d'Italia, e tale concetto posso riassumerlo così.