Che non è sempre a un modo in ogni loco:

Qua maggior corne, e là più coda un poco.

(II, XXIII, 1).

Il Boiardo non prende adunque la materia cavalleresca propriamente sul serio; ma andrebbe mille miglia lontano dal vero chi immaginasse per ciò che la volesse volgere in canzonatura. Le virtù cavalleresche, vale a dir la prodezza, il coraggio, la lealtà, la cortesia, la generosità, la sete di gloria, il disprezzo delle ricchezze, e insieme con esse l'amore, che le inspira e rinfoca, egli le ammira dal profondo dell'animo. Quindi per esaltarle può anche continuare lungamente a cantare a occhi chiusi con un abbandono propriamente epico. Ma il senso della realtà è troppo vivo in lui, perchè, se appena apre le palpebre, non abbia ad accorgersi che ciò che gli sta davanti son fantasmi, e non componga il volto ad un sorriso. Ad un sorriso, oppure invece anche al pianto, se rivolge la mente a ciò che gli apparisce la vera grandezza; ad Alessandro, a Cesare, e ad altre figure siffatte:

Fama, sequace de gl'imperatori,

Nympha che e gesti a dolci versi canti,

Che dopo morte anchor gli homini honori,

E fai coloro eterni che tu vanti:

Ove sei gionta? a dir gli antichi amori

Et a narrar battaglie de giganti,