— Ebbene senti i suoi amplessi — e un cenno, e i manigoldi le cingono al fianco un cilicio, la pungono miseramente, ed ella:
— Sì, sì... mi ha abbracciata?
— E d'altro che avvenne?
— Non lo so. —
Poi la tastano con ferri roventi, ed ella:
— Ah per carità! Non mi diano più tormenti; sì, confesso tutto: il Nemico mi ha fatto tutto quello che dicono; mi levino da questo martirio. —
Si alza; si redigono di nuovo, in forma di confessione con applicazioni, quegli asserti; la donna sta un po' dubbiosa prima di confermarli; ma gira la vista, vede la corda, il letto, i manigoldi, si sente un brivido per l'ossa, e conferma: il processo è fatto colla confessione della rea e la sgraziata è condannata al fuoco.
III. Urbano Grandier.
Di questo modo andò il processo di Urbano Grandier, che fu pubblicato sotto il titolo di Storia dei diavoli di Loudon, e accennato in quelle dei fantasmi di Gabriella P., da cui estraggo parte.
Le conclusioni, il delirio degli indemoniati si apprese alle Orsoline di Loudon: i nemici del parroco Urbano Grandier, lo accusarono di stregonerìa, di averle ammaliate. Le donne ogni dì facevano nuove stranezze, la superiora, che era bellissima, aveva in corpo varj spiriti, tra i quali Astarotte: diversi folletti maligni possedevano le altre monache, fra quali Zabaclon aveva presa casa da una laica. I nemici di Grandier, cioè il procuratore del re, e Mignon inquisitore, coi giudici andarono nel collegio. Appena si accostarono alla superiora, la cominciò a contorcersi, a mandare grugniti: allora il giudice Mignon mise un dito in bocca alla donna e imprese a interrogare in latino Astarotte che la possedeva.