v. 17: «e chi ne ha». L ha «e chi 'n dá». Intendo: E chi ha fatto ciò, che si fugga il bene e si segua il male, tra quelli che piú avevano potenza in Pisa?
v. 22: «furon». L ha «fisson». Il senso è: Non l'ardire di chi ho detto nel saper ferire senza fallir colpo. Perché furon montati in alto monte («serra»), sembra loro («vis'è lor») non manchi diporto, né alcuno sconforto dicono li cacci dalla terra («li sterra»).
v. 26: «noi'» (noia). L ha «no»; ma il senso richiede questa correzione.
v. 31. Forse vuol dire: Hanno pensato di far fare il porto dentro la porta di Pisa, finché dura la guerra.
v. 32: «averrá». È una di quelle che si dicevano rime false.
VIII
GERI GIANNINI
Questo rimatore tenzonò con un Si. Gui. da Pistoia (vedi sopra, nei Rimatori pistoiesi, p. 19) e con Natuccio Cinquino. Il Valeriani dá a lui un terzo sonetto «A quei ch'è sommo dicitore altèro»; ma in L, ove sono le rime che di lui rimangono, è di anonimo.
Sonetto I, v. 10. Il Valeriani stampa: «E del no chero, ch'ha esta balanza», ma queste parole non dánno senso. Il verso che segue: «se piú tardanza fa, tanto 'l desiede» fa capire che si parla di qualche cosa che tarda a venire. Intendo: Si può («posi») dire che è gran fallire del nocchiero che guida questa bilancia. E il nocchiero parmi che debba intendersi Amore. È un sonetto anche questo assai tenebroso.
v. 15: «par Deo». Non credo affatto si debba intendere, come vuole il Valeriani, «per Dio». Il poeta vuol dire: Non ho («non porto») alcun conforto pari a Dio, ossia pari a quello che mi viene da Dio, ché io tengo in servitú («'n feo», in feudo) la mia scura vita, e ho paura di non esser mai padrone di me stesso.
Sonetto II, v. 9: «chi 'n dire». L ha «chi 'n nire». La correzione è facile, se si pensa al verso corrispondente del Giannini: «che gran fallire dire posi 'ntero». Il Valeriani stampa «chi in ire».