Son. VI, v. 2. Tolgo il «de», che avevo creduto di aggiungere in principio del verso, come non necessario.
v. 12: «con te». Veramente B ha «cum ti», che è forma veneta (si ricordi che quel codice fu scritto da Niccolò de Rossi trivigiano), la quale agevolmente si può correggere in «con te».
Son. VII, v. 3: «no el ghiaccio». Cosí mi permetto di correggere leggermente B, per ottenere la misura del verso.
v. 11: «transformormi». Cosí correggo, accettando la proposta fatta nella sua recensione alla mia ediz. dal De Geronimo; intendendo come egli dice: «Dio e la natura erano irati, quando mi crearono e mi fecer diverso da ogni creatura».
v. 12. Anche qui accetto la spiegazione del De Geronimo: «Il rimatore, indispettito che Dio e la natura l'abbiano forse creato, in un momento d'ira — Il loro — ei dice — quel ch'essi poteano non gittarono in egual misura di quel ch'io possa gettar via, e l'anima, che mi dettero chiara e pura, non la riavranno essi giammai». —
Son. VIII, v. 4: «nota». Sospetto che debba dire «rota», cioè s'affatica seguendo il girare della ruota per arrivare al sommo di essa.
V
MEO DI BUGNO
Pare sia stato figlio di un Bugno di Napoleone, che nel 1284 fu bandito da Pistoia e che, tornato dall'esilio, fu nel 1287 del Consiglio del popolo per il quartiere di Porta S. Andrea; e credo sia proprio l'antico rimatore quel «Muccius (o Bartromuccius) filius Bugni Napoleonis», che il 21 marzo 1282 fu condannato per essere entrato a viva forza in una casa in Ripalta (v. i Rimatori, pp. LXVI-LXVIII e gli Studi e ricerche, pp. 40-41).
Il suo unico sonetto ha qualche sapore di poesia popolare: è un sonetto di «noia» e vi si lamenta delle sue disavventure. È nel Barber. XLV, 47, oggi Vaticano 3953 (B) e nel R. Archivio di Stato di Venezia, Deliberazioni del Maggior Consiglio, Comune I. Io mi sono attenuto a B., correggendo il testo dato dal Gualandi (Accenni alle origini della lingua e della prosa italiana, p. 17).