La differenza floristica tra i due lati delle Alpi Marittime non è molto risentita nella zona alpestre, essendo molto più notevole quella fra le Alpi Ligustiche (o anche i monti calcarei in genere) ed il massiccio centrale delle Marittime. Fra le specie qui limitate, a quanto pare, sui monti calcarei e calcescistici, citeremo: Helianthemum italicum, Polygala alpestris e chamœbuxus, Rhamnus pumilus, Cytisus pumilus, Astragalus aristatus, Paronychia serpyllifolia, Scabiosa graminifolia e italica, Erica carnea (a sud-ovest del Colle di Tenda tra 1100 e 2050 m.; Val Pesio), Nepeta nepetella, Stachys alpina, Globularia nudicaulis, Crocus vernus; di specie alpestri poi Ranunculus glacialis, Aquilegia alpina, Iberis nana, Helianthemum œlandicus, Rhamnus alpina, Papaver alpinum, le specie di Oxytropis e di Phaca, Dryas octopetala, Saxifraga moschata, Ligusticum ferulaceum, Myrrhis odorata, Campanula stenocodon, ecc. Speciali di quelle formazioni subalpine sono il Trifolium Balbisianum Dc., le Sassifraghe già menzionate nella regione montana e l’Iberis garrexiana, diffusa dalla Valle del Tanaro sino al dipartimento delle Basse Alpi.—Fra le specie ligustiche non trovate, a quanto pare, ad ovest del Colle di Tenda citeremo: Helianthemum lunulatum, Dianthus Carthusianorum, Cerastium alpinum, Trifolium pannonicum, Libanotis montana, Cephalaria alpina, Anthemis Triumfetti, Hieracium Morisianum, Loiseleuria procumbens, Gentiana tenella e germanica, Salix myrsinites, Calamagrostis arundinacea, Poa sudetica. Speciale alle Alpi Ligustiche è forse il Senecio Persoonii De Not. della catena a nord dell’alto Tanaro (Pizzo di Cornia e creste vicine).

Le specie che sembrano limitate al massiccio centrale, passando tutto al più sulle roccie permiche, sono per lo più vere piante nivali; tra le altre citeremo Dianthus deltoides, Sagina procumbens, Sibbaldia procumbens, Sedum Rhodiola, Senecio incanus e Balbisianus, Tozzia alpina, Scabiosa vestita, Lloydia serotina, Oreochloa pedemontana. Originari di questo gruppo delle Alpi Marittime (però diffuse per lo più anche sulle alte catene calcaree) sono, a quanto pare: il Cytisus alpestris Thuret (alte vallate della Vesubia), la Viola valderia All., la Viola nummularifolia (abbondante attorno ai laghi di Mercantour e di Rabuons), la Silene cordifolia All., la Potentilla valderia, la Centaurea uniflora, l’Achillea herba rota, il Cirsium Allionii Thuret (praterie umide del bacino della Vesubia, Sant’Anna di Vinadio), ma sopratutto la magnifica Saxifraga florulenta Morr., specie differentissima dai suoi congeneri e ben raramente fiorita.

Le paludi subalpine occupano, nelle Alpi Marittime, un posto ben modesto, cosicchè la flora limitata ai luoghi umidi v’è abbastanza povera; trovansi fra altri il Thalictrum alpinum, il Cirsium palustre, l’Epilobium parviflorum e alpinum, la Primula farinosa, la Tofielda calyculata, vari Eriofori (E. alpinum, ecc.), lo Sfagno; poi, accanto ai rivi e nelle loro acque, la Caltha palustris, la Saxifraga aizoides, l’Adenostyles albifrons, il Petasites albus, la Pinguicula vulgaris, l’Umbilicus pendulinus, il Nasturtium pyrenaicum, il Myriophyllum verticillatum; nei laghetti vegetano ancora Potamogetoni (P. alpinus, P. marinus). E nei siti umidi che talune specie alpestri scendono più basso, come l’Erinus alpinus, la Gentiana acaulis (insieme all’Arnica montana ed all’Asphodelus albus sul monte Fascia dietro a Genova, ad appena 605 m. sul mare).

Le formazioni più degne d’interesse, in questa regione, si possono raggruppare così: le foreste subalpine, le boscaglie di arbusti, le associazioni di grandi erbe, ed infine la vegetazione caratteristica dei luoghi aridi delle Prealpi.

I boschi superiori delle Alpi Marittime non la cedono in maestà ai più belli d’Europa; sono molto meno monotoni di quelli della Foresta Nera e della Norvegia, e, con tutto il loro aspetto severo, col silenzio profondo che vi regna d’ordinario, mostrano pure un lusso di vegetazione, una varietà di forme e di colori che li rende assai più attraenti di quelle antichissime foreste bandite della Svizzera e della Boemia. Così essi boschi portano la vita vegetale nella sua forma più grandiosa e più svariata sino nei più selvaggi recessi montuosi; manca loro il fogliame spesso, largo e fresco delle basse foreste, ma se queste sono più leggiadre, quelle invece sono più nobili. Chi ha percorsi quei boschi, d’ordinario solitari e ben lontani dai villaggi, pensa certo con mestizia ai tempi passati, quando tutt’attorno le pendici erano rivestite in simile modo dagli alberi. Ora il disboscamento, anche nelle valli superiori (specialmente in quelle della Gordolasca, del Borreone, di Mollières), ha fatto rapidi progressi, essendosi perfino costrutte importanti dighe per ritenere i rivi, nei quali accumulansi i tronchi tagliati, aprendo poi le cataratte, cosicchè il torrente con forza raddoppiata trascina il legno fino nelle basse valli. I Laghi dell’Inferno, che Gioffredo, due secoli fa, chiamava «attorniati da fitta selva di larici», hanno ora sponde squallide e nude, ed appena mostrasi nei loro dintorni qualche vecchio larice isolato. In molti boschi i larici sono ora così radi che vedonsi due volte tanti tronchi tagliati quanti viventi, e spesso incontransi pendici intieramente spogliate sulle quali spuntano ancora i ceppi degli alberi scomparsi.

Le più belle foreste subalpine vedonsi tuttora sulle alte catene meridionali: tra la Tinea e la Vesubia esse ricoprono almeno 4500 ettari, estendendosi da Clanzo, da Valdiblora e da Venanzone fino sui monti Tournairet (m. 2085) e Siruol; ancora oggidì vi sono abbastanza numerosi i lupi, le linci, le volpi, ecc., mentre nel medio evo ricoveravano anche cinghiali, daini e caprioli; sin verso il 1830 la foresta di Clanzo era una vera foresta vergine. Quella di Saleses, che dal passo omonimo (m. 2020) per un’amenissima valletta scende a Ciriegia sul Borreone, misura quasi 500 ettari, distinguendosi per le acque chiare ed abbondanti che vi scorrono, per lo splendore della flora che vi conta specie rarissime e talune piuttosto meridionali, per la bellezza dei prati intercalati, poi per il fusto regolare delle piante, la rimarchevole beltà delle essenze e la grandezza degli alberi, di cui taluni raggiungono 40 m. di altezza. Magnifici boschi sono poi quelli di Fremamorta, del Cavallé, di Devensè, di Clapeiruole (Val Gordolasca), della Mairis (tra la Vesubia e la Bevera), della Valmasca; nelle Alpi Ligustiche quelli della Bendola, del Gerbonte, di Rezzo, delle Navette, di Sestrera (Val Pesio), ecc. La più bella foresta che incontrammo nel bacino del Roja è quella che colle sue varie ramificazioni si stende da Briga in Val Levenza sin sotto alla Cima di Marta (2138 m.), tra le vallette della Madonna e del Riosecco, occupando quasi 1100 ettari e portando, nelle sue diverse parti, i nomi di Piné, Montneir, Sanson e Nava. La varietà della flora, stante il grande dislivello fra i suoi estremi (800 a 1900 m.), vi è infinita, ed inoltre essa è qua e là interrotta da belle praterie, da scoscesi burroni e da radure rocciose dalle quali si hanno estese vedute e si può apprezzare lo strano cambiamento di fisionomia prodotto dal disboscamento nelle catene tutt’attorno, di pari altezza, le quali sono per lo più affatto squallide, appena popolate da ginepri o ginestri. Nelle precipitose vallette che scendono verso il Riosecco sonvi ancora abeti giganteschi; sul lato del vallone di Sanson v’è un vecchio abete di circa m. 5 ½ di circonferenza. La foresta è percorsa da parecchie strade orizzontali ad uso dei boscaiuoli.

I caratteri distintivi di tutte le precitate foreste sono: la varietà abbastanza grande degli alberi, essendo però dappertutto rari quegli a foglie caduche; lo spazio abbondante fra i tronchi, permettendo il libero sviluppo di ciascun individuo; infine la foltezza, l’altezza e la ricchezza dei cespugli, come delle erbe che vegetano negli spazi: si contano ben 40 specie di arbusti, limitati in parte alle località più basse, quali il Clematis vitalba che cresce ancora a 1450 m. sul Piné e sopra le Terme di Valdieri; poi varie Rose, il Nocciuolo, il Biancospino, il Rubus discolor, il Ribes uva crispa, il Salix nigricans, il Faggio, il Sicomoro, il Ginepro, ecc.; in parte ai siti veramente alpestri, quali l’Atragene alpina, il Cytisus alpinus, la Rosa alpina e spinosissima, il Lampone (comune tra 900 e 1800 m.), il Cotoneaster vulgaris, il Sorbus aucuparia, il Ribes alpinum, la Lonicera nigra, i Mirtilli, l’Uva d’orso, il Rododendro, la Daphne mezereum, il Ginepro nano, ecc.—Tra le erbe, trovansi, nelle parti più secche dei boschi: Carlina vulgaris, Solidago virga aurea, Prenanthes purpurea, Euphrasia officinalis, Melampyrum nemorosum; poi, più in alto, Cirsium erisithales dai fiori gialli, Carlina acaulis, Arnica montana, varie Orchidee (O. odoratissima, ecc.), Pteris aquilina (talvolta molto grande). Predominano invece nei siti più ombreggiati ed umidi: il Ranunculus ficaria, l’Oxalis acetosella, la Viola silvestris, la Polygala vulgaris, il Geranium silvaticum, la Potentilla tormentilla, la Fragola (diffusa da 800 a 1200 m.), varie umbellifere talvolta alte sino a 2 m. (Trochiscanthes nodiflorus, Laserpitium latifolium, Molopospermum cicutarium), il Senecio silvaticus, il Phyteuma orbicolare, l’Atropa belladonna, la Salvia glutinosa, la Pulmonaria azurea, il Myosotis silvatica, il Digitalis lutea, l’Euphorbia hibernica, la Paris quadrifolia, il Polygonatum officinale, il magnifico Lilium martagon, la Fritillaria involucrata e delphinensis, l’Asphodelus cerasifer, la Scilla bifolia, il graminaceo Festuca gigantea (abbastanza raro, alto da 1 a 2 m.), varie felci (Polypodium dryopteris, Aspidium lonchitis, A. filix mas, A. oreopteris, Asplenium filix fœmina), la Selaginella helvetica; poi, in simili località, ma generalmente non sotto ai 1500 m.: Anemone narcissiflora, Pirola minor, Dianthus silvestris, Sagina Linnei, Stellaria nemorum, Epilobium spicatum (alto sino a m. 1 ½), Peucedanum Ostruthium, Astrantia minor, Doronicum Pardalianches (boschi del Borreone), Senecio aurantiacus, Leucanthemum maximum (bosco di Nava tra 1400 e 1900 m.), Achillea tanacetifolia, Phyteuma Michelii, Ph. Halleri, Gentiana lutea, G. cruciata, Digitalis ambigua, Urtica dioica, Convallaria maialis (Mollières, Val Pesio), Veratrum album, Allosurus crispus, Lycopodium selago, Selaginella spinulosa, ecc. Sulle larghe radici degli alberi, le muffe formano spessissimi tappeti verdi, mentre dai rami pende la strana Usnea barbata; ricchissimi sono poi quei boschi di funghi sia mangerecci (quali Boletus edulis e fragrans, Agaricus cæsareus, A. deliciosus, Morchella esculenta), sia velenosi, ma molto belli (quali Agaricus phalloides, A. muscarius, ecc.).

Attorno al limite superiore della vegetazione arborea, v’è da notare in genere che esso è in media molto più basso di quanto le condizioni climatiche dovrebbero farlo trovare; però, tale fatto non proviene dappertutto dal disboscamento. A che altitudine ivi fosse altre volte il limite della vegetazione arborea, non possiamo dirlo; forse era molto vicino alle cime. Peraltro non mancano nel basso delle vallate i luoghi che dall’epoca glaciale in poi non portarono mai boschi: così molte pareti scoscese, le rocce montoni così sviluppate in queste valli, certe gole strette e cupe, i passi dell’alte creste ove si scatenano troppo spesso forti venti, i carsi delle Alpi Ligustiche, i circhi terminali delle valli, esposti alle valanghe e ripieni gran parte dell’anno di ingenti masse di neve, ecc. È poi facilmente spiegabile come gli alberi rimontino più alto sui fianchi delle valli (specialmente verso lo sbocco) che nel loro fondo, più freddo e meno esposto al sole, come pure che le valli longitudinali siano più favorite sotto questo aspetto che quelle trasversali.

Assai più complicato, ma troppo generale per essere fortuito, è il fatto che sempre su uno dei lati delle valli gli alberi salgono molto più alto, od i boschi vi sono meglio sviluppati. Nelle valli dirette da est ad ovest o viceversa, è quasi senza eccezione il fianco meridionale che mostrasi più favorito, sebbene sia mena esposto al sole ed ai venti del sud, più esposto invece a quelli del nord. Su grande scala questo si osserva nelle Valli della Stura e del Tanaro (di questa il lato nord è spoglio di alberi fin da Carnino, da 1500 m. sul mare!), inoltre specialmente nelle Valli del Rio Freddo di Tenda, della Levenza, della Valmasca, del Cairos, di Ceva, del Borreone, di Mollières, di Ciastiglione, di Meiris, di Vallasco, ecc. È da osservare qui che i fianchi meridionali di queste valli sono d’ordinario più irregolari, più solcati da vallette secondarie che i fianchi opposti, offrendo quindi una maggiore varietà di luoghi propizi agli alberi ed essendo inoltre meno facilmente percorribili. Infatti, in parecchi casi dove ha luogo il contrario (così per brevi tratti nei valloni di Ciastiglione, di Valmasca, di Fontanalba, ecc.), il lato nord è anche favorito sotto il detto riguardo. Inoltre, lo spartiacque principale, quale limite nord di molte vallate trasversali, riceve assai più precipitazioni (specialmente sotto forma di neve) che non le catene meridionali, ed il suo clima, in ragione dell’altezza, è sensibilmente più freddo. Nelle valli settentrionali è da ritenersi che pendici favorevoli alla formazione di valanghe o all’accumulo delle nevi non potranno nutrire alberi, stante le ingenti quantità di neve che vi cadono e perdurano talvolta da 5 a 8 mesi ben sotto ai 2000 m. A tale fatto (non meno spesso che alla difficoltà di accesso che allontana gli uomini e le capre) sarà in parte dovuto il curioso fenomeno che in molte valli le sponde dei torrenti e le pendici inferiori sono prive di alberi, mentre ne crescono assai più in alto, sugli stretti terrazzi lungo le pareti a picco, e perfino sulle creste rocciose. Nelle valli longitudinali, il fianco orientale è più spesso il favorito, così nelle Valli della Gordolasca, del Pesio, della Vermenagna, dei Bagni, ecc.

Da una comparazione del limite superiore approssimativo degli alberi avemmo per 14 valli sul lato sud di queste Alpi (dalla Levenza al Ciastiglione) la media generale di soli m. 2095 per il punto culminante (media nel fondo della valle 1893, sui fianchi meridionali 2230, sui settentrionali 2186, sugli occidentali 2200, sugli orientali 2116); per 10 valli a nord del grande spartiacque, dal Pesio al Vallasco ed al Meiris, la media è di circa m. 1895 (nel fondo delle valli m. 1805, sui fianchi meridionali m. 2520, su quelli settentrionali 2016, su quelli occidentali 1950, sugli orientali 1750); ne risulta, quale media generale sui due lati, un’altitudine di m. 2035. Si deve però notare che in alcune valli, il detto limite degli alberi (specialmente laddove mancano le conifere) è enormemente abbassato; sul lato nord, le valli della Ruina, della Barra, di Monte Colomb, del Sabbione, della Vermenagna, dell’Ellero, e forse anche del Corsaglia, sono affatto prive di foreste al disopra di 1500 m.; trovansi però degli alberi isolati superiormente a questa quota nei tre primi dei suddetti valloni.