Riprendemmo presto, con nuovo ardore la salita: dalla nicchia presso a cui, come in molti altri punti, erigemmo un piccolo ometto di pietra, attaccammo subito una ripida lastra di 6-7 metri che le incombe a destra: gli eccellenti attacchi la rendono facile. Dopo avemmo la sorpresa di un relativamente comodo e lungo canalone che ci portò presto assai in alto, verso la cima. Finito questo ci si offrì un bivio molto grave: a destra avevamo un ripidissimo e oscuro camino verticale, che pareva condurre molto in su, ma che a metà offriva un punto assai problematico: a sinistra roccie di migliore apparenza, ma di cui la parte superiore poco prometteva. Scegliemmo queste. Prima per non facili lastre, poi traversando un poco a nord giungemmo, avvicinandoci progressivamente alla cresta Nord della Croda, ai piedi di uno dei numerosi torrioni di questa e precisamente di quello che forma un curioso caminetto-cornice che ho descritto altrove nel raccontare la mia prima salita per tale via.

A questo punto «avevamo in tasca» la cima, come si dice: bastava raggiungere e seguire la cresta, ma noi eravamo risoluti a eseguire l’ascensione completamente per la parete Ovest, e voltando stoicamente la schiena alla cresta Nord, ritornammo verso destra e imprendemmo a contornare sul versante occidentale la formidabile parete. Questa manovra ci procurò il secondo vero «mauvais pas» della nostra salita, di un genere affatto diverso: qui avevamo una traversata di 25 metri circa, per una strettissima e in un punto rotta cornice, sospesa sopra un a-picco veramente impressionante, vertiginoso in alto grado. Colla più grande attenzione superammo anche questo arduo passo, uno dei più delicati che io conosca nel genere: riuscimmo così su una piccola piattaforma ai piedi d’un erto camino di pessima roccia, difeso da un acuto spigolo. Zangiacomi, contornato e arrampicato lo spigolo, riuscì, colle maggiori precauzioni, a tirarsi su per quel cattivo passaggio, dove i più grandi blocchi erano mal sicuri e pure non se ne poteva fare a meno: strisciando quasi su per essi, arrivò al sommo del camino, e noi tosto lo raggiungemmo. Così fummo sopra la cima di un torrione, davanti al quale si ergeva fiera, ma vicinissima, l’estrema punta.

La vittoria era ormai nostra. Eravamo veramente sulla cresta Nord; ma pochi minuti di facile salita ci separavano dalla meta, e non valeva più la pena di andare a cercare inutili difficoltà sul versante occidentale, in quel punto quasi a picco. Così scendemmo sulla cresta, e da questa in 10 minuti, superati gli ultimi due brevissimi salti, raggiungemmo la cima. Erano le 11,50.

Ridire la gioia provata in quel momento è difficile. Mai forse gustai a quel punto il piacere della vittoria, in alto grado condiviso dalle mie bravissime guide, che non si stancavano di empire di grida trionfanti gli echi della Croda, e di far segnali a Cortina, donde si sapevano guardate. Due deliziose ore rimanemmo lassù, assaporando il nostro successo, del quale iscrivemmo una breve nota nel libretto permanente della cima. Alle 13,30 imprendemmo la discesa per la vecchia via, dopo tutto sempre simpatica e interessante; dal piede delle roccie a Cortina fu poi una comoda «flânerie», l’ardore del sole e le dolci ombre e acque del Costeana inducendo a frequenti soste: cosicchè solo verso le 7 fummo di ritorno a Cortina, ove alla sera festeggiammo con numerosi brindisi la nuova via della Croda, la sospirata parete Ovest!

Riassumendo le mie impressioni su questa, debbo dire che è la più bella e, per ora, la più difficile scalata di roccie nelle Dolomiti d’Ampezzo; l’interesse è incessante dai piedi alla vetta, nulla di volgare in tutta la salita; le roccie relativamente non cattive, salvo nell’ultimo tratto: non udimmo cadute di pietre. Tecnicamente il passo più arduo è il salto di roccia sorpiombante, nella metà inferiore della salita; nella parte superiore la traversata, meno difficile ma sempre seria e altamente vertiginosa: l’ultimo camino di pessima roccia, e sovrastante a un forte salto, è di molta responsabilità per la prima guida. Il resto della salita non offre (per citare un esempio conosciuto) difficoltà maggiori della Kleine Zinne per la via solita.

Se la parete Ovest della Croda non potrà soppiantare almeno per molto tempo le altre due vie, troppo più facili, per la parete Est e per la Cresta Nord, tuttavia io spero che essa troverà un crescente favore tra i veri ed appassionati alpinisti, come si merita. In ogni caso è una salita che va intrapresa solo con guide di provata sicurezza, come le mie due (per non dire di parecchie altre a Cortina), alle quali fu per tanta parte dovuto il successo dell’impresa[34].

Grosse Zinne o Cima Grande di Lavaredo m. 3003.

Delle tre Cime di Lavaredo, la più alta è insieme la più frequentemente salita, almeno da quella numerosa categoria di alpinisti che, diffidando delle proprie forze per l’ascensione della Cima Piccola, preferiscono contemplarne comodamente dall’alto della Cima Grande, l’arditissima parete.

Nel vol. XXIº di questo «Bollettino» è già comparsa una briosa descrizione di una salita alla Grosse Zinne, per parte dell’egregio collega romano dott. Enrico Abbate; egli ha fatto precedere tale suo articolo da un’accurata monografia del gruppo. Nulla di nuovo, almeno di notevole, è successo da quella pubblicazione in poi, per riguardo alla Cima Grande: le varianti trovate finora alla via solita non hanno che una scarsa importanza: una nuova via non fu ancor possibile trovarla, e dubitiamo assai che vi si riesca in avvenire. Dal lato nord—un enorme muraglione liscio—la cosa è fuori questione: qualche probabilità di riuscita possono offrire tentativi per la cresta Est (prospiciente la Kleine Zinne) o la parete Sud-Ovest verso la Cima Occidentale. Ma crediamo che in un caso come nell’altro si debba finire per raggiungere o presto o tardi la vecchia via, sopratutto se si sceglie la cresta Est.

Avviandoci questa volta alla Cima Grande, la guida Pompanin ed io, non avevamo alcuna idea bellicosa; volevamo fare una semplice passeggiata, a scopo essenzialmente fotografico. E la sera del 5 settembre, con uno splendido cielo stellato e un tepore eccezionale, scendemmo da Cortina a Schluderbach in vettura, godendoci comodamente uno di quei meravigliosi tramonti dai colori magici, inverosimili, fantastici, così frequenti nel mondo incantato delle Dolomiti.