Prima della rivoluzione la borghesia ha poca voce in capitolo: quali i costumi, la coltura delle signore italiane, quali le occupazioni loro? Se con la guida de' carteggi e dei libri di Memorie che ci rimangono di quel tempo, si percorra la penisola in lungo ed in largo, dal più al meno le occupazioni loro son le medesime dappertutto: giuoco, teatri, pettegolezzi, cicisbei.... o peggio. A Napoli più teatro, più pettegolezzi che altrove, meno giuoco e pochissimi cicisbei. Ma non c'è da rallegrarsene: poco limbo, più inferno. Io non riferirò qui ciò che delle signore napoletane scrisse il Berenger, incaricato di Francia a Napoli nel 1770: lascerò che una donna, una saggia donna, la signora di Saussure racconti lei aneddoti, che danno di que' costumi una chiarissima idea. Un giorno la signora di Saussure va in casa della principessa di Belmonte a veder passare una processione; tornatane scrive: “Spettacolo più nuovo assai era il contegno delle signore che mi erano accanto su quella terrazza, e ch'io trovavo ogni giorno ora in una casa ora in un'altra. Quando riconoscevano nella processione un dei loro amanti — “Ah!„ gridavano — “ecco il tuo innamorato! Ecco, il mio! Ah! come è bello! Gioia mia, che Dio ti benedica!„ e un ammiccare continuo dalla strada alla terrazza, dalla terrazza alla strada, e grida e saluti e scoppi di risa.„ — Nè la scostumatezza, cinica così da parere inconsapevole, si fermava alla porta del palazzo reale. La principessa di Pietra Perzia diceva alla Regina: “Io voglio un amante e Vostra Maestà me lo ha da scegliere lei stessa,„ e l'altra: “Va bene, va bene figlia mia, ve lo sceglierò io.„

C'era, come ognun vede, poco posto per i salotti: occupavano troppo spazio le alcove. E se un'artista, la Vigée-Lebrun, fuggendo la compagnia di donne che l'Hamilton qualifica, senza ambagi, ignoranti, vorrà a Napoli frequentare chi non parli di mode, d'amore e di scandali, le sarà giocoforza bussare alla porta di altri forestieri: o della contessa Scawronska, moglie del ministro di Russia o del principe di Rohan ambasciatore dell'ordine di Malta, o di lady Orford, o della bellissima duchessa di Fleury, peccatrice emula delle napoletane, ma peccatrice fantasticante e passionata, romantica prima del romanticismo; nella consuetudine del conversare squisito addestrata così nel proprio salotto alle scherme dialogiche, da rintuzzare con arguzia signorile una triviale impertinenza di Napoleone. Rifugiatasi in Italia durante il Terrore, ella tornò ne' primi anni dell'impero in Francia, dove le sue avventure (altrettante sventure) eran note; e imbattutasi un giorno in Napoleone, questi così la interrogò a bruciapelo:

— “Aimez vous toujours les hommes?„

E la duchessa: — “Oui, Sire, quand ils sont polis.„

A Roma, molte le case aperte, come suol dirsi, a giorno fisso: de' Barberini, de' Cesarini, de' Patrizi, degli Altieri, de' Borghese, de' Santacroce, de' Rezzonico, de' Bolognetti. Livree fiammanti, rinfreschi sontuosi, statue stupende in ogni angolo, quadri stupendi per ogni parete. Ma accanto a una statua greca un tavolino di tresette, sotto a una Vergine di Raffaello un tavolino di tarocchi o di minchiate o di faraone, perchè si giuoca sfrenatamente a ogni sorta di giuochi. Fra un tavolino e l'altro, ingombro di abati intraprendenti, fra una partita e l'altra chiacchiere e maldicenze. Se qualche forestiero vi capita capace di increspare quella gora con aliti intellettuali, nessuno gli bada, così almeno afferma il Reumont, cominciando dai padroni di casa. Di quando in quando un po' di musica, piuttosto in omaggio alla moda che per ricreazione degli animi o pascolo alle inclinazioni. Delle donne, molte tagliate sul modello della bella Giuliana Falconieri principessa di Santacroce cara a Papa Pio VI, la quale dicono provvedesse largamente alla posterità senza presumere d'andarvi: ma vi andò pur troppo, avendo per compagno il Cardinale De Bernis e per istoriografo il Casanova. Altre foggiate a immagine della contessa Braschi, che si scusava di mancare a non so quale convegno, descrivendo per filo e per segno il piede malato del proprio cavaliere servente: e, forse a dimostrare che la lunga consuetudine con Vincenzo Monti, segretario di suo marito, non era stata per lei senza frutto di eleganze epistolari, chiudeva il biglietto così: L'amica scorta non potendo calzarsi il piede io non verrò. Altre finalmente sprovviste d'ogni elementare cultura come la marchesa Lepri, che discorrendo del Saul d'Alfieri diceva: bello, sì: peccato che sia troppo triste.

Giuoco, libertinaggio, cicisbeismo, preziosità, ignoranza; queste essendo le occupazioni, queste le consuetudini delle signore romane, non è a meravigliare se Roma non ebbe ritrovi colti e geniali, quali a Parigi quelli che presero nome dalla Geoffrin, dalla Du Deffand, dalla D'Houdetot, dalla Lespinasse; Roma a cui pur l'Europa mandava in pellegrinaggio i più illustri de' suoi scrittori, de' suoi artisti, de' suoi filosofi, de' suoi poeti. V'erano, sì, due salotti che si distinguevano dagli altri: l'uno della Maria Pizzelli dotta nel greco, nel latino, nelle matematiche ed egregia verseggiatrice: egregia, affermano i biografi, ed io lo ripeto sulla fede loro: i versi della Pizzelli non li ho letti, e non prendo neanche impegno di leggerli. Ma al solito, un'accademia; non vi si conversava: chiunque vi capitasse, vi sciorinava una propria canzone, un'ode, un sonetto, e gli altri applaudivano, aspettando di sciorinare e preparandosi ad essere applauditi a lor volta. L'Alfieri leggendovi la Virginia purificò l'aria ammorbata dalla pioggia continua de' madrigali di un abate Cunich, che insegnava alla Pizzelli il greco: lingua difficile, lezioni lunghe e frequenti.... il maestro finì con l'innamorarsi della discepola; dicono, inutilmente. L'altro salotto, quello di Donna Margherita Boccapadule, nata dei Marchesi Gentili; ritrovo gradevole secondo parecchie testimonianze, ma dove convenivano uomini di troppo differenti animi ed abitudini; letterati, scapati, forestieri d'ogni genere e qualità, sicchè spesso la conversazione avviata da Alessandro Verri, cui la marchesa piaceva, era tratta in sentieri più ameni dagli scapati che piacevano a lei.

A Firenze costumi più castigati; ma i signori serbano il meglio delle loro entrate e delle loro energie per i faticosi ozi della villeggiatura; i Corsini, i Riccardi, i Pucci, i Gerini, i Martelli, i Rinuccini, i Gherardesca, passano la primavera in casini suburbani, l'autunno nelle magnifiche ville del Valdarno o del Mugello; e quando soggiornano in città vi menano vita molto monotona. “In carrozza il giorno fino alla Porta Romana, trattenendosi alquanto sulla piazza vicina, poi sulla piazza del Duomo innanzi al Caffè del Bottegone a prendervi rinfreschi e aspettare l'ora del teatro.„ Così usavano nel 1770 quando fu a Firenze il Lalande: usanze non molto diverse da quelle che vi trovò la Stael nel 1805, e che ella descrive nella Corinna così “Si va tutti i giorni nelle ore pomeridiane a passeggiare Lungarno e s'impiega la sera a raccontare che ci siamo stati.„ Inoltre, a' tempi del Lalande i signori fiorentini avevano la fissazione d'imitare le mode e le costumanze inglesi: sicchè quando non c'era teatro, gli uomini la sera se ne andavano da una parte, le donne da un'altra: quelli al Caffè o al Casino de' nobili, queste sole, o a crocchio con altre donne, o a quattr'occhi, occhi sonacchiosi, col cavaliere servente. Poche le veglie, segnalata quella della Marchesa Niccolini in Via de' Servi; dove a saziare la sete intellettuale degli ospiti bastava qualche sciarada o qualche sonetto a rime obbligate; e, saziata che fosse, si giuocava accanitamente come a Roma, come a Torino nonostante i severi decreti del re, come a Milano dove Pietro Verri, sebbene assiduo nella casa della coltissima e argutissima Marchesa Paola Castiglioni, diceva essere oramai divenuto impossibile il conversare. Salotti che arieggino ai francesi bisognerà dunque cercarli altrove: in casa della Isabella Teotochi Albrizzi a Venezia, della Silvia Curtoni Verza a Verona, della Cornelia Martinetti a Bologna; simili, ma d'importanza molto minore quelli, anche a Venezia, della Giustina Michiel, a Bergamo della Paolina Suardi Grismondi, la Lesbia del Mascheroni.

De' salotti francesi molti ci serbarono le cronache, che il Feuillet de Conches potò poi compendiare e colorire in istoria; questi italiani men fortunati, o forse fortunatissimi, non ebbero finora storico alcuno. Bisogna dunque ingegnarsi d'indovinare: agli amici che tesserono gli elogi di quelle signore, a' poeti che le cantarono c'è naturalmente da credere fino ad un certo punto. Chi prestasse fede al Bettinelli, al Montanari, al Pindemonte in ispecie, che designò ciascuna di esse con un epiteto particolare e chiamò saggia l'Albrizzi e (speriamo con maggior verità) gentile la Verza, amabile la Grismondi, dovrebbe persuadersi che esse furono perfette d'intelletto, d'animo e di contegno: e i salotti dei quali, per usare appunto le frasi de' panegiristi e de' poeti, “tennero lo scettro„ altrettanti o templi care alle Muse, come scrive il Montanari, o grotte magiche, come vuole il Bettinelli, o gabinetti d'Armida, come piace chiamarli al Vannetti. Io scelgo grotte, perchè non voglio nè mancare di rispetto ai templi, nè offendere Armida: e voglio pur dire che ogni volta io m'accosto a quei penetrali, sento uscirne puzzo di vanità e tanfo di pedanteria.

Splendide le sale dell'Albrizzi, dove (canta il Montanari):

Undici nazïoni in una sera.