Che bel tema di psicologia storica, e come opportuno anche oggi!

Ma vorrebb'essere nelle mani del Sainte-Beuve, del Taine o di Carlo Hillebrand! In quella vece non l'hanno trattato in pieno (il grand'emporio Montiano di Leone Vicchi sta da sè e poi si ferma al 1799) non l'hanno trattato in pieno, che il Cantù e Achille Monti, un pronipote del poeta: il primo con tutta quella salmeria di pregiudizi e di rancori romantici, ultracattolici e politici, che si strascinava sempre dietro, e con cui rimestava la farragine di notizie grandi e piccine, che avea sempre a sua disposizione su ogni argomento, il secondo con sì sviscerata idolatria di quella sua gloria gentilizia, che quantunque fosse (me ne ricordo per averlo conosciuto a Roma) la più mite, buona e serena natura di vecchio classicista e liberale alla Romana, che si potesse immaginare, una volta messo su questo terreno, montava su tutte le furie; sul Cantù e su ogni avversario o tiepido ammiratore del Monti menava giù botte da orbi, e di Vincenzo Monti difendeva tutto, assolveva tutto, persino quello, di cui il poeta stesso s'era con tanta fretta e sovrabbondanza di contrizione accusato da sè.

Voi lo vedete, signore; non s'era così sulla strada d'uno studio psicologico condotto con serenità oggettiva e con buon metodo d'osservazione e di critica; nè ora ho di certo alcuna pretensione di percorrerla io quella strada sul fragile veicolo, sul traballante velocipede d'una conferenza. Mi contenterei di non esserne fuori del tutto.

Leggendo le poesie del Monti si può temere di non veder giusto sotto l'impero d'una specie di seduzione estetica e perciò appunto vi dico: “oltre alle sue poesie, leggete il suo epistolario.„ Se c'è uomo, di cui l'epistolario privato dica di più ed a cui l'epistolario privato nuoccia di più, quest'uomo è il Monti di certo. Ma se c'è uomo altresì, verso il quale, più lo si conosce da vicino, e più si senta il dovere di non giudicarlo da pochi tratti e staccati, bensì nell'insieme e bilanciando il bene ed il male con quella mesta carità e misericordia, a cui danno pure qualche diritto il genio, il lavoro, la sfortuna, la gloria, questo è pure il Monti di certo.

Apologisti e detrattori con lui hanno torto del pari. Le sue mancanze di carattere dispiacciono e sono antipatiche. Tanto più dispiacciono, quanto più s'ama la concordanza d'una forte virtù con l'ingegno grande e la sapienza. Ma è innegabile altresì quella fondamentale bontà dell'animo del Monti, su cui il Giordani, da psicologo acuto, anzichè da rétore, ha poggiato tutta la difesa che ha fatta di lui, quella fondamentale bontà, che pur congiunta a impressionabilità quasi morbose, a maggior vivezza che profondità di sentimento, alla mobilità della fantasia, alla muliebrità dell'indole “tanto più notabile in corpo quasi d'atleta e nella poetica baldanza dell'ingegno„ fu, direbbe il Taine, la faculté maîtresse del suo spirito, e lo preservò sempre, in mezzo a tutti i suoi errori, dal divenire un briccone, come lo furono invece quasi tutti i suoi più accaniti avversari, i quali tuttavia in tante particolarità non d'ingegno, ma di carattere, somigliano a lui.

Per uno studio, come il nostro, bisognerebbe dunque tener sempre riuniti, potendo, sullo stesso piano del quadro, l'uomo, il tempo, il poeta, più importanti assai, tutti insieme, della pura tecnica letteraria dell'arte sua, più importanti assai dei colpi d'ala e dei voli della sua lirica, della continua eleganza della sua frase poetica, della profusione della sua vena, di quella sua potenza di dir tutto con una precisione e insieme con una facilità e un'armonia insuperabili, di quegli scoppi e di quei crescendo quasi di sinfonia rossiniana, che si incontrano ne' suoi versi, e infine di quella sua mirabile e organica struttura d'artista sovrano, che, pur alterando forse qua e là la semplicità divinamente classica di Omero, ha permesso a un poeta, che sta fra l'Arcadia del secolo XVIII ed il romanticismo del secolo XIX, ha permesso a lui, che poco o nulla sapeva di greco, d'essere l'interprete più felice di quel patriarca della poesia umana.

La Roma del 1778, in cui a ventiquattr'anni si rotolò per cercar fortuna Vincenzo Monti dalle native paludi delle Alfonsine presso Fusignano e dalle erbose solitudini di Ferrara, era ancora quella che videro il Mengs, il Winckelmann, il Gœthe, “i tre giganti dell'estetica tedesca, applicata alla pittura, all'antiquaria e alla poesia.„

Regnava Papa Braschi (Pio VI), un nobiluccio di provincia, a cui gli ordini d'elezione, sempre democratici, della Chiesa avevano dischiusa la via del trono, forse appunto perchè fra i vari candidati possibili era il più oscuro. Poco versato in lettere umane e divine, era un dilettante di belle arti e ahimè! anche di politica e di finanze. Ahimè, dico, sapendo noi quel che costa tal sorta di dilettanti! — Non era bigotto. — L'avventuriere Gorani sparla de' suoi costumi, ma lo calunnia di certo. Era unicamente vano e fastoso; vano della sua bellezza e della sua eleganza, fastoso nell'aggiunger l'aquila di Casa d'Austria e i gigli di Francia al suo stemma, nel metter mano a grandi opere pubbliche e nell'arricchire e illustrar la sua casa, rappresentata in Roma dal nipote Luigi Braschi Onesti, un bestione, a cui diè in moglie una graziosissima ragazza romana, con un par d'occhi neri, cerchiati e fulminei, un corpo di Venere canoviana, Costanza Falconieri, e di tutti e due fece i maggiori e più splendidi personaggi della corte e del regno.

Così, e proteggendo un po' di lettere e d'arti, Pio VI potea figurarsi di rinnovare Pericle, Augusto e Leon X, e lasciarselo dire dai suoi poeti, i giornalisti d'allora; ma già i tempi mutavano; novità minacciose di scoperte scientifiche e di dottrine filosofiche solcavano l'aria; il laicato, in persona dei principi riformisti, batteva già in breccia le vecchie pretensioni di supremazia civile della Chiesa Cattolica; i giurisdizionalisti precorrevano già i rivoluzionari di pochi anni dopo, e dovette accorgersene lo stesso Pio VI, quando per calmare le furie novatrici dell'Imperatore Giuseppe II pellegrinò a Vienna nel 1782, senz'altro risultamento notevole che di far morire di raffreddore il vecchio Metastasio, affacciatosi a una finestra per vederlo passare, e peggio ancora, quando dopo il 1789 incominciarono le prime agitazioni della Rivoluzione Francese.

Che cos'era il Monti in questi primi anni del suo soggiorno in Roma? Nelle apparenze un bel giovine, con titolo d'abate (gli abati erano i lions di Roma) con molto ingegno e pochissimi quattrini, un Pastor Arcade, che avea sempre in pronto un sonetto per ogni lietezza o sventura, specie dei pezzi grossi, e dopo le illustri nozze Braschi-Falconieri, da lui celebrate con un canto di stupenda fattura, la Bellezza dell'Universo, rimeritato coll'impiego di segretario del Duca Luigi Braschi, il magnifico nipote del Papa.