Questa impresa costò al Papato la Romagna, nuovi milioni, altri quadri ed altre statue: sarebbe costata di più se il Bonaparte, prevedendo vicino l'ultimo e supremo duello col maggior capitano dell'Austria l'Arciduca Carlo, non avesse spontaneamente fatte insperate aperture di pace.
Anche l'Arciduca Carlo fu vinto ed il Bonaparte dettò davanti a Vienna i preliminari di Leoben seguiti poi dalla pace di Campoformio, che costò alla repubblica di Venezia la libertà. Per compiacere alle prepotenze francesi l'antica repubblica s'era umiliata, s'era spogliata della toga e dell'ermellino, aveva sostituito col democratico berretto frigio l'aristocratico berretto ducale e aveva bruciato il libro d'oro; compiacente, l'antico Leone aveva voltato pagina e sull'ex-Vangelo la sua zampa additava i diritti dell'uomo e del cittadino: ma ora che i neo-patrioti danzavano festosi attorno all'albero della libertà, inneggiando alla redenzione che il sangue delle Pasque veronesi ed il danaro di Pantalone avevano pagato, il Bonaparte faceva mercato di loro e del loro territorio coll'Austria. Mai tradimento sembrò più perfido e fu più vituperato: le parole commosse di Jacopo Ortis vengono sulle labbra. “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, se pure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere la nostra sciagura e la nostra infamia.... Non accuso la ragion di Stato che vende come branchi di pecore le nazioni; così fu sempre e così sarà: piango la patria mia che mi fu tolta e il modo ancor m'offende!„
Quando l'Austria ebbe deposte le armi, ai principi italiani venne a mancare ogni speranza, ai Francesi ogni riguardo. E fu un subito fiorire di democrazia ed un crollare di troni da un capo all'altro d'Italia, che continuò anche quando il Bonaparte, lasciata l'Italia, andò a raccogliere a Parigi, negli applausi e nella ammirazione popolare, il cercato compenso della sua fortunata impresa, ed a conquistare nell'Egitto nuovi allori e nuova popolarità. Già la repubblica genovese v'era sbattezzata: sfuggendo dalle mani patrizie dei discendenti dei Doria, dei Grimaldi, degli Spinola, la Superba era caduta in quelle imbrattate di triaca dello speziale Morando ed aveva insieme con le vesti democratiche, creduto di poter assumere i petulanti atteggiamenti della democrazia francese di fronte alla vicina monarchia sabauda. Povero e santo re Carlo Emanuele IV! Come poteva la devota semplicità dell'animo suo, fatto piuttosto per obbedire e soffrire entro un monastero che per comandare e lottare su di un trono, far fronte alle provocazioni, alle insidie, ai raggiri entro cui d'ogni parte i Francesi l'avvolgevano, in casa e fuori, pur di metter le mani sui dominii di lui e farne un dipartimento francese? Contro le perfidie degli uomini egli volgeva gli occhi al Cuore di Gesù e pregava: e intanto con la dignitosa e paziente rassegnazione di un martire, si lasciava toglier di dosso a brano a brano ciò che gli dava aspetto di monarca: gli restava ancora la corona, depose anche quella, poi povero — chè non volle portar seco nè i gioielli della corona nè il danaro che aveva nelle sue stanze — prese la via dell'esilio. Degli aviti dominii non gli restava che la fedele e povera Sardegna: l'offrì a Pio VI, l'ottantenne vicario di Cristo, che i Francesi avevano strappato al Vaticano e tratto prigioniero nella Certosa di Firenze.
L'uccisione del temerario generale Duphot era stata l'occasione cercata per togliere al pontefice ciò che dei dominii della Chiesa gli era rimasto e la libertà, e per proclamare dall'alto del Campidoglio risorta la Roma dei Bruti, dei Catoni e degli Scipioni.
Vindice della Cristianità colpita nel capo della Chiesa osò presentarsi Ferdinando di Napoli: gli davano forza gli energici incitamenti del Nelson e più la certezza che gli Inglesi fossero pronti a fargli spalla.
Con soldati infiniti
Si mosse da' suoi liti
Verso Roma bravando
Il re don Ferdinando,
E in pochissimi dì