Da quanto tempo sia in cammino, il signor Cesare non lo sa. Sa che non può arrestarsi quantunque le vesti inzuppate d'acqua inceppino i suoi movimenti, quantunque i suoi piedi indolenziti si sprofondino nel fango, e senta un formicolio per tutte le membra, e il cuore gli batta con violenza come se volesse frangerglisi in petto.
È incespicato due volte, e s'è rialzato, ha perduto il berretto e non s'è dato il pensiero di raccoglierlo. Procede a testa scoperta coi capelli incollati sulle tempie, con le orecchie tese, con gli occhi intenti nel buio. Infatti i lampi vanno via facendosi più radi. Anche la pioggia è meno dirotta, anche il vento è meno impetuoso.
L'idea d'essere in preda ad un'allucinazione torna ad affacciarsi alla mente del nostro Cesare. Però questa idea gliene suscita un'altra che gli gela il sangue. Sarebbe egli impazzito?
Ah!... Non è inganno questa volta. In fondo tremola qualche lume, si agita qualche ombra. Ancora pochi passi, e chi sa quale scena d'orrore!
Dalla stessa parte ove brillano i lumi si innalza un segnale.—La strada è libera? chiede il segnale nel suo muto linguaggio.
Di lì a poco, nella direzione di Y, un altro segnale risponde.—È libera.
Allora si sente un fischio, e due occhi di fuoco[7] sboccano dalle tenebre, e la terra oscilla sotto il peso d'un convoglio che viene.
In quel momento l'istinto della vita riprende il disopra nell'animo dell'infelice che poco prima anelava di morire. Egli esce dalle rotaie: poi le forze gli mancano ed egli cade privo di sensi sul margine della strada. Il treno gli passa rasente.
*
* *
La mattina dopo, il signor Cesare si sveglia nel letto del capostazione di Z, che gli spiega per quale miracolo si sia evitata una catastrofe.