—Purtroppo,—egli soggiunse nello stesso tuono scherzevole,—purtroppo io sarò tra i primi ad affogare. Non so tenermi a galla un minuto.
Era ormai buio e ci disponemmo a scender sotto coperta.
In quel punto notai che il cielo non era più sereno come un quarto d'ora addietro; in fondo, dalla parte della costa tirrena c'erano alcune nuvole e di tratto in tratto lampeggiava. Forse per effetto dei discorsi tenuti sino allora, quella vista mi fece una certa impressione che però mi guardai bene dal[2] comunicare a' miei compagni i quali non s'erano nemmeno accorti del cambiamento successo nell'atmosfera. Tuttavia, preso in disparte un marinaio, gli chiesi sottovoce:—Avremo burrasca?
Il marinaio, che non era un miracolo di cortesia, si strinse nelle spalle,[3] nè io potei capire se la mia domanda gli sembrasse ridicola o se realmente egli non fosse in grado di far pronostici.
La sala di prima classe era quasi piena. Una signora francese, seduta davanti al pianoforte, sonava a memoria alcuni notturni di Chopin, incoraggiata dalle sommesse approvazioni di dieci o dodici uditori di buona volontà; i posti intorno alla tavola erano in gran parte occupati. Due uomini maturi giocavano a scacchi, i coniugi Riani sfogliavano i giornali illustrati mentr'egli cingeva amorosamente col braccio la vita di lei; un signore calvo che aveva l'aria d'un colonnello in pensione consultava l'Indicatore generale delle ferrovie e dei piroscafi; una zitellona scriveva qualche nota nel suo taccuino. Finalmente, davanti a sette tazze di tè e sette piattini di sandwiches, sedevano con molta gravità sette Inglesi tra maschi e femmine, così somiglianti fra loro che le femmine si distinguevano dai maschi soltanto per merito dei vestiti. Essi mangiavano i sandwiches e sorseggiavano il tè con la regolarità d'una compagnia di soldati che fa l'esercizio,[4] e quando il più anziano fra loro, certo il capo della famiglia, diceva qualche parola, gli altri rispondevano in coro: yes... o yes... indeed.
Appena la signora francese ebbe finito di suonare, un giovine, che aveva una vocina simpatica di tenore, e che seppi essere un negoziante di Bologna, cantò una graziosa romanza intitolata: Sognai; dopodichè molti si ritirarono nelle loro cabine e non rimasero in sala che quelli i quali avevano intenzione di passarvi la notte. Fra i primi ad andarsene furono i signori Riani che mi salutarono con molta cordialità. In quel momento la sposa mi parve più bella che mai.
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Trattandosi d'una sola notte non m'ero fatto dare una cabina neppur io: m'ero scelto invece un buon posto sul divano e vi avevo deposto il mio plaid e il mio mantello per acquistarmi quello che i giureconsulti chiamano diritto d'usucapione.
Prima di coricarmi risalii sopra coperta affine di vedere lo stato del cielo. Non erano successe notevoli variazioni; però le nuvole s'erano avanzate alquanto sull'orizzonte e lampeggiava con maggiore frequenza. Anche il rullio del piroscafo era divenuto più sensibile.