—A Roma colla protezione di vostro zio farete un rapido cammino, e travolto dalle ebbrezze della vita pubblica, al pari di lui, avrete ben presto dimenticato il povero villaggio, che vi vide nascere!

Annina esalò un profondo sospiro, e il giovane rispose:

—A Roma, lontano dal mio paesello, sarò isolato e infelice: voi sapete benissimo che non ho mai aspirato a grandezze: figlio unico, con una sostanza sufficiente per vivere agiato, io non desiderava altro che formare una famiglia tranquilla e contenta del paterno retaggio... ma mio padre la pensa diversamente, e mi ripete ogni giorno:—Che cosa vuoi fare in questo misero villaggio? Hai avuto una bella educazione, pensa a trarne partito,[2] non devi sacrificarti al pari di me nell'aridità dei piccoli affari domestici. Io basto a queste cure volgari, tu devi cercare maggiori soddisfazioni, seguendo le pedate di tuo zio; guarda un po' lui come è giunto in pochi anni al sommo del potere guadagnando onori e denaro, mentre io ho passata la vita come un minchione a far l'agente di campagna senza profitti che mi compensino delle noie. Ascolta i consigli della mia esperienza, lasciati slanciare da tuo zio nella vita pubblica, e un giorno sarai contento.... Ora, vi domando io che cosa posso rispondere?

La conversazione venne interrotta dall'arrivo del padre di Sandrino, il quale avendo ricevuto un telegramma dal fratello che ne annunziava per l'indomani l'arrivo, era corso subito dalla signora Matilde per pregarla di volersi recare con sua figlia a tener compagnia al ministro. Ringraziandolo di tale onore, essa rifiutò dapprima recisamente l'invito, ma quando venne assicurata che questo era un desiderio dello stesso ministro, il quale nelle sue lettere chiedeva sempre di lei, non seppe lungamente resistere al desiderio di rivederlo, e diede una cortese adesione. Quantunque avesse oltrepassato i quarant'anni, era ancora una bella donna, e poteva piacere a chiunque, e tanto maggiormente al ministro, il quale, trovandola libera, poteva forse risolversi a terminare lodevolmente un romanzo incominciato a vent'anni, sospeso come l'appendice d'un giornale, per motivo della politica, mentre probabilmente dopo l'ultima riga il desiderio aveva scritto la solita frase: sarà continuato.

Così il villaggio si apparecchiava a ricevere Sua Eccellenza, che pretendeva di giungere nel più stretto incognito, mentre a sua insaputa tutti i giornali annunziavano il suo viaggio, che suscitava diverse passioni, facendo sperare impieghi e onorificenze, risvegliando vecchi amori assopiti, minacciando di rompere il filo di nuove affezioni, germogliate sul ceppo delle antiche. Qualche corrispondente dei più accreditati periodici, non avendo niente da raccontare agli ingenui lettori, si era anche immaginato di attribuire un motivo politico al viaggio del ministro; e l'opposizione faceva degli articoli di fondo, e dava dei consigli al governo sull'argomento.

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Intanto il ministro aveva presa una vettura chiusa, e per maggiore precauzione aveva abbassate le tendine per giungere segretamente al villaggio; e mentre i cavalli andavano al trotto, egli si era assopito e sognava le delizie del riposo e della solitudine. Tutto a un tratto si risveglia allo scoppio di alcuni mortaretti, che gli ricordarono la macchina infernale di Fieschi[3] e le bombe d'Orsini.[4] Allo scoppio succedette l'inno nazionale con trombe reboanti, striduli clarinetti e il solito accompagnamento di gran cassa, e tamburi e applausi iterati di popolo. Alzò le tendine, sporse la testa dallo sportello della vettura, e vide, orribile aspetto! un arco trionfale vestito di verdi fronde e sormontato da iscrizioni, fiancheggiato da immensa folla e da un codazzo di veicoli paesani, che ambivano l'onore di servirgli di scorta.

Per merito di suo fratello gli venne risparmiato il discorso del sindaco, e nella sventura questo gli parve un guadagno considerevole. Entrando nel villaggio non riconobbe più il suo nido tranquillo; non vedeva che tappeti e bandiere. I tre colori per quali aveva congiurato in gioventù, si era battuto coraggiosamente contro gli austriaci; quei colori tanto desiderati una volta come simbolo di libertà, erano divenuti la sua persecuzione costante, dalla quale non giungeva a liberarsi nemmeno in cima a' suoi monti. Due sogni avevano sorriso alla sua gioventù, l'amore d'una fanciulla, e la speranza della libertà della patria; il più facile era svanito, il più difficile si era mutato in realtà, a tal punto da morirne sotto il peso della dimostrazione continua.

Giunto a casa fra la polvere e il frastuono assordante degli applausi, della musica, dei mortaretti e delle campane, dovette ricevere le autorità, i maggiorenti ed il clero, stringere mille mani, sorridere, interrogare, rispondere, mostrarsi lieto e soddisfattissimo di tanta festa, onoratissimo e beato di tante dimostrazioni.

Poi strinse al seno i parenti, giovani e vecchi, salutò cordialmente i domestici, i coloni, i loro bambini, le balie e i conoscenti, e finalmente chiese la grazia di ritirarsi nella sua stanza, ove chiuse l'uscio a doppio giro di chiave, cadde sul canapè, mandò un profondo sospiro, e sentì il bisogno di stirarsi e di respirare in libertà, a pieni polmoni.