La molta gente e le diverse piaghe

Avea le luci mie sì inebriate,

Che dello stare a piangere eran vaghe.

E così nel Petrarca.

Una sola volta nell'era Cristiana troviamo dei poeti che veramente si possono chiamare Bacchici, e questi sono i Goliardi.

Gli eruditi disputano intorno all'etimologia della parola Goliardi. Alcuni la derivano da Gula, Gulosus, altri da Golia. Basti sapere che così si chiamavano verso il dodicesimo secolo gli scolari che peregrinavano per le città d'Europa, avidi nello stesso tempo di scienza e di piaceri. Il professore Bartoli ha scritto un prezioso libro intitolato: I precursori del rinascimento, nel quale è maestrevolmente ritratta la fisonomia di questi scapigliati e liberissimi poeti erranti. I loro canti non hanno nome d'autore, singolare caratteristica delle opere di tali confraternite, ad una delle quali dobbiamo meravigliosi monumenti architettonici, lavoro di artisti anonimi ancor essi. Chissà se gli ultimi Goliardi non s'imbatterono, via per le taverne o per le scuole d'Europa, colle prime comitive di questi costruttori di cattedrali, e chissà se non appresero loro i proprii canti d'amore o di baldoria. A giudicare dalle intime somiglianze che si rilevano nelle opere diverse, l'ipotesi non può dirsi arrischiata. Su per le guglie ed i frastagli delle cattedrali, risuonarono forse in cadenze monotone le lodi del vino e dell'amore, ed accompagnarono l'opera degli scalpelli che eternavano nella pietra le pazze bizzarrie di quei cervelli libertini. Le scolture e gli intagli raffiguranti scimmie mitrate o sconcie e ridicole pose di monache e frati, tutte le grosse e larghe satire sgorgate d'un getto continuo da quelle menti e da quelle mani, si ispirarono forse alle strofe largamente gaudenti, alle ghiotte e robuste invocazioni dei canti Goliardici.

Io ne ho tradotti alcuni in versi italiani, studiandomi di rimaner fedele al metro di sacrestia in cui sono scritti e dal quale ricavano tanta originalità.

Eccone uno, intitolato: Ave vinum.

Vino buono, vin soave,

Lieve ai buoni, ai tristi grave,