San Paolo asserisce che nel vino sta la lussuria ed in questo avviso pare convenisse il demonio che ho nominato poc'anzi.

In un libro di Apuleio Madaurense, intitolato Scelta dei Fiori e citato dal Petrarca, è scritto che il primo bicchiere giova alla sete, il secondo al buon umore, il terzo al piacere, al quarto tien dietro l'ubriachezza, al quinto l'ira, al sesto le liti, al settimo il furore, il sonno all'ottavo e al nono la malattia.

Il Petrarca scrive queste parole: «Non v'ha memoria, non lingua che all'ampiezza della materia non venga meno se a noverare si accinga i tristi effetti del vino, e in una parola stringendola finalmente, io conchiudo infiniti essere i mali onde all'uman genere quello è cagione». E per venire ad una tale conclusione, ne ha noverati parecchi dei mali e d'omicidi e tradimenti e rovine di stati e battaglie perdute in causa del vino. Lo stesso Petrarca però chiude una lettera a un Pietro di Bologna con queste parole. «Manda la letterina che a questa compiego al mio prete Don Giovanni, e colla lettera mandagli la fiasca, o per dir meglio il fiaschetto tuo per averne un poco anzi un pocolino di quel vino o vinetto che è antidoto alla lussuria e conforto alla temperanza».

Il Bandello, frate Domenicano, scrive del vino: «E secondo che è preso sì come richiede il bisogno della temperatura dei corpi nostri, conferisce molto al nodrimento del corpo, genera ottimo sangue, si convertisce prestamente a nodrire, accresce la digestione per tutte le membra e parti corporali, fa buon animo, rasserena l'intelletto, rallegra il cuore, vivifica gli spiriti, aumenta il calore naturale, ingrassa i convalescenti, eccita l'appetito, rischiara il sangue, apre le oppilazioni, distribuisce il cibo nodritivo alle parti convenevoli, fa buono e bello colore e caccia fuori tutte le superfluità».

Dopo di aver detto il bene dice il male, ma il male non tocca il vino, ma l'abuso di esso che è difetto degli uomini e non suo. Silvio, famoso medico di Parigi, al tempo di Montaigne, soleva dire, che per conservare forza allo stomaco è necessario una volta il mese eccedere nel vino e stimolarlo così perchè non impigrisca.

Montaigne chiama l'ubriachezza un vizio grossolano e brutale. «V'hanno dei vizi che hanno un non so che di generoso, ve ne hanno dove la scienza ha parte e che comportano la diligenza, il coraggio, la prudenza, l'accortezza e la finezza. Questo è tutto corporeo e terrestre». Ma poi aggiunge: «Benchè mi paia un vizio vile e stupido, pure esso è meno malefico e dannoso, che non siano gli altri, i quali offendono quasi tutti e direttamente la pubblica società. E se non possiamo aver piacere che non ci costi, io penso che tal vizio costi alla nostra coscienza assai meno che non molti altri».

Ed il Rousseau: «Ogni genere d'intemperanza è vizioso e sovratutto quella che ci impedisce la più nobile delle nostre facoltà. L'eccesso del vino degrada l'uomo, ma al postutto l'amore del vino non è un delitto e ne fa raramente commettere, il vino rende l'uomo scemo e non cattivo. Provoca alle volte dispute passeggiere, ma stringe cento durevoli amicizie. Per lo più i bevitori sono cordiali, schietti, buoni, integri, giusti, fedeli, coraggiosi e galantuomini, salvo i difetti. Si può forse dire lo stesso degli altri vizî? Quante apparenti virtù nascondono vizî reali! Il saggio è sobrio per temperanza, il furbo per malizia. Nei paesi di mali costumi, d'intrighi, di tradimenti, è temuto lo stato indiscreto dell'animo, per cui il cuore si mostra aperto senza che ce n'avvediamo. Quelli che più abborriscono l'ubriachezza sono quelli che hanno più interesse a guardarsene».

E per finire questa prima parte, ho tradotto come ho potuto una poesia tedesca intitolata La Circolazione del Vino.

Dal grappolo nel tino,

Dal tino entro il barile,