I guadagni in cotesto ramo del traffico fenicio dovevano essere enormi, se si pensi alla facilità dell'acquisto nei centri di produzione e alle favorevoli condizioni di spaccio nei paesi di consumo, dagli Stati finitimi ai più remoti scali del Mediterraneo, del Mar Nero, dell'Atlantico e sin dello stretto di Jenikalé e del Mare d'Azoff, sulle cui rive i barbari Cimmerii ricevevano tra' primi doni della civiltà otri ricolmi di vino e assaporavano la gradita bevanda con l'avidità stessa che a' giorni nostri spinge gl'Indiani d'America e i Maori d'Australia all'uso immoderato dell'acquavite. Intendiamoci però; parlando di guadagno non si pensi a danaro. A quei tempi non v'era moneta coniata, si trafficava per baratto; il consumo del vino nei luoghi di maggior produzione non era grandissimo, ne rimanevano grosse quantità disponibili che i mercatanti sidonii e tirii mandavano nei paesi stranieri, ricevendo in cambio merci che avevano alto pregio nell'industria, nell'arte decorativa, nel lusso.

Queste tradizioni seguì Cartagine, che ereditò la fortuna e il genio commerciale della madre-patria. È menzionato specialmente come assai lucroso il commercio ch'essa faceva con la Cirenaica (Barkah, parte dell'attuale reggenza di Tripoli) importando vino ed esportando il silfio reputatissimo nella farmacopea antica e noto nella moderna col nome meno bello di assafetida.

II.

La Grecia, al suolo della quale s'adattarono benissimo così le viti fenicie di Tiro e Sarepta, come le sire di Laodicea e Biblo (Latakié e Gebail), diede molte cure alle vigne, sicchè ben presto divenne un paese di grande esportazione. Troviamo menzionati in Omero due vini, i primi venuti in fama tra gli elleni, il Pramnio (Iliade XI, Odissea X) assai generoso, che si faceva nel territorio di Smirne e il vino rosso e dolce del monte Ismaro (Odiss. IX) nelle campagne tracie (Romelia), ove scorre il fiume chiamato dagli antichi Ebro e adesso Maritza. Cotesto vino fu detto poi Maronèo da una piccola città sorta a piè dell'Ismaro e con tal nome è ricordato da Plinio.

Con questi due s'inizia l'elenco dei vini greci, che andò via via allungandosi, sicchè sarebbe malagevole e non senza noia esporlo qui. Mi limiterò a mentovare quelli che ottennero più riputazione in commercio. Ed erano, tra' vini di terraferma, oltre il Pramnio, il cui credito si manteneva ancora nel primo secolo dell'êra volgare, il vino di Sicione, e quelli di Mende e Schione, provenienti il primo dalle campagne della riva destra del golfo di Corinto e gli altri due dalla penisola di Cassandra, l'antica Pallene; tra' vini poi delle isole — e quasi tutte ne producevano — il Chio, rosso, accreditatissimo (isola di Scio) e quelli di Taso, Lesbo, Lemno, Cipro, Rodi, Creta (Candia), Icaria (Nicaria) e Cos. Le colonie della Sicilia e della Magna Grecia diedero anch'esse in seguito un largo contingente al commercio vinifero.

I prezzi naturalmente variavano secondo la qualità, ma in generale erano piuttosto bassi. Per esempio, nel Vo secolo innanzi l'êra volgare i concittadini di Socrate pagavano lire 2,36 al litro il vino di Chio, che era il più costoso di tutti; nel IVo secolo un litro del vino di Mende valeva lire 1,86 e Polibio assicura che a' suoi tempi (I secolo av. G. C.) il vino comune greco s'aveva nella Lusitania (Portogallo) per centesimi 2 ⅓ al litro.

Nell'industria enologica i greci divennero eccellenti; niun palato pareggiava l'ellenico nell'enogeustica, vale a dire nella degustazione. Vero è che, a temperare probabilmente la forza alcoolica de' loro vini, ci mettevano acqua, e quel che è strano, acqua marina, anzi Atene aveva istituiti alcuni ispettori (Enopti) con l'incarico di multare chi nei banchetti mescesse vino puro. Non sembra però che, in pratica, l'istituzione abbia fatto buona prova e non è difficile intendere il perchè.

Ad ogni modo il commercio greco del vino era considerevolissimo. Negozianti all'ingrosso (enempori) attendevano all'esportazione e venditori al minuto (enocápeli) allo spaccio locale. Il trasporto per mare si faceva con navi adatte specialmente a cotesto traffico (oinagogòn plion), per lo più in otri di pelle caprina e talvolta in anfore impegolate. Solo per le spedizioni in Egitto si adoperavano brocche e questa particolarità depone, mi sembra, a favore del buon gusto egiziano.

E poichè m'accade di menzionare un'altra volta l'Egitto, dirò che al tempo dei Lagidi avevano acquistata qualche riputazione il vino bianco di Mareotide, detto così dall'antico nome del lago Mariut presso Alessandria ed il vino di Tamia, l'attuale Damietta.

III.