“Diletto figlio, salute e apostolica benedizione. Godiamo della tua desiderata resipiscenza, ratifichiamo la tua capitolazione col principe d'Orange e con gli agenti nostri, confermiamo i privilegi della casa tua de' Baglioni: ti assolviamo e liberiamo da qualsivoglia pregiudizio, così della presente ribellione, come di delitti quali si fossero, anche di lesa maestà, omicidii, rapine, per quanto gravi ed enormi, da te o da altri per tuo mandato commessi. Dato in Roma, a San Pietro, sotto l'anello del Pescatore, il dì 13 settembre 1529, del nostro Pontificato anno sesto.„ Con questo benservito papale, da un lato, e con la elezione di Governator generale delle armi della Repubblica nostra, dall'altro, veniva Malatesta Baglioni a Firenze.

Trova in Arezzo il commissario fiorentino Antonfrancesco degli Albizzi, e con lui delibera (errore capitale) di abbandonarla e ritirarsi pel Valdarno. È in Firenze; e fa la “lista delle genti e provvisioni che bisognano alla città; e„ (sentite la sua parola) “far venire quei bovi di che è stato ragionato, e far provvisione di vettovaglie, di carne e di strami più che possibil sia, e mandar fuori le bocche inutili; e soprattutto, che si abbiano munizioni per l'artiglieria, cioè polvere e palle, e tutte queste cose si domandano a Vostre Eccelse Signorie: le quali facendosi, prometto sicuramente difender la città dal nemico esercito, e non esser mai per mancare del mio debito e della mia fede, e spender la propria vita in servigio di essa città e di Vostre Eccelse Signorie.„

“Difendere la città dal nemico esercito„, voleva anche dire solamente preservarla dal sacco, che dopo l'esempio di Roma, e con l'appetito di sè che in quei ladroni metteva la grassa Firenze, e con le recenti prove che strada facendo avean dato su Spello e Castiglione Aretino, si credeva da tutti avrebbe accompagnata l'espugnazione. Anche Michelangiolo, in quel suo iroso e trasognato abbandono della patria, avea stimato “impossibile che Firenze non andasse a sacco„; e il crepacuore febbrile, di che, appunto incontrando il grande fuggiasco, era morto per via Niccolò Capponi, era stato dopo avergli sentito dire questa atroce parola, “il sacco„. Preservare Firenze dal saccheggio, per consegnarla intatta all'Imperatore. Il quale, dal canto suo, stretto dalle altre universali occorrenze politiche, e dalla penuria di denari, e dalle sollecitazioni incessanti di Clemente, raccomandava all'Orange, che in un modo o in un altro si venisse a pronto fine dell'impresa; e meglio (scriveva ad esso Imperatore la zia Margherita d'Austria, governatrice per lui e fida consigliera) “meglio, per mio piccolo avviso (pour mon petit advis), se si finisse accordandosi coi Fiorentini, senza usar loro forza, ma cavandone qualche discreta non però disonesta somma di denari, e non avendo poi troppo riguardo„ (brava e buona duchessa!) “alle passioni vendicative del Papa, che dovrà prendre raison en paiement.„ E lo stesso D'Orange si mostrava impensierito del come si finirebbe, fra l'accanimento mediceo del Pontefice che esigeva i patti sanciti a Barcellona, e la fermezza dei Fiorentini di non arrendersi se non salva la libertà: perchè (scriveva il principe all'Imperatore), o Firenze non si prende; e vegga egli, e vegga anche il Papa, che scorno per le armi di Cesare! “o s'io la prendo, ella andrà a sacco; il che sarà male per ambedue loro, poichè sarà la distruzione di una delle migliori città d'Italia, e luogo nativo del Papa; e senza pro, perchè il denaro, che farebbe comodo all'Imperatore, andrà sperperato fra la soldataglia, la quale non per questo cesserà di tirare le sue paghe.„ In questi conteggi che si facevano sul capo della misera Firenze, il Baglioni veniva a portare una nuova coefficienza: ed era la disposizione alla quale i suoi interessi perugini, testè accomodati così bene col Papa, dovevano inclinarlo, di non precipitare le cose dei Fiorentini verso quella guerra a oltranza, così di difesa come d'attacco, che egli stesso, sulle prime mosse, aveva, ma senza effetto, consigliata e voluta fare per sè e per loro; e che, dopo non averla potuta attuare per sè, gli era oggimai espediente non attuare, e procurare non fosse attuata, nemmeno nella città delle cui armi assumeva il governo. Come i Fiorentini non videro ciò? Altro che le colonne del porfido, per le quali il Poeta avea proverbiato “vecchia fama nel mondo li chiama orbi!„ Bisogna dire che l'ultim'ora di Firenze e della libertà fosse segnata ne' decreti di Dio, e che allo strazio d'Italia, il quale era incominciato col secolo, non dovesse mancare, per prima vittima, la città nella quale, con la lingua divina, con le arti, con gli ordinamenti della più popolare fra le sue repubbliche, l'Italia aveva, nel cospetto del mondo rinascente, affermata per la seconda volta sè stessa!

VII.

Degli undici mesi che durò l'assedio, in que' due memorabili anni 1529 e 1530, l'inverno, sino all'aprile, è occupato da fazioni di varia importanza e fortuna degli assedianti e degli assediati, senza troppo mutare le respettive condizioni: dall'aprile all'agosto, la storia dell'assedio è la epopea guerriera di Francesco Ferrucci, la quale si conchiude con la morte di lui e morte della Repubblica.

Il mantenersi, durante l'inverno, immutate quelle condizioni, era necessaria conseguenza dell'equilibrio in che si trovavano le due osti nemiche: forti di mura e di soldatesche e di cuore gli assediati; forti gli assedianti, di posizioni (poichè Malatesta ve li avea lasciati accomodare e distendere a tutto lor agio), e di armi, e del nome di Cesare e di Chiesa, il quale proiettava pur troppo l'ombra sua anche dentro alla città; sul Baglioni, nel modo, che abbiamo veduto; e sopra una parte altresì, fosse pur la minore, della cittadinanza deliberante. Il cominciamento delle ostilità somiglia a una prova cavalleresca di duellanti cortesi: nè col Principe personalmente Firenze cessò mai da dimostrazioni di cortesia, accompagnate spesso da splendidi donativi. Acquartieratosi l'Orange, e postosi in guardia, Malatesta si presenta da San Miniato, e fa sonare le trombe, e manda fuori un trombetto, come invitando a battaglia. Nessuno del campo esce dalle trincee. La città scarica le artiglierie, e dà nei tamburi. Succedono, ne' giorni appresso, scaramuccie: in una sortita i Fiorentini bruciano parecchie case occupate dal nemico. Poi una fazione notturna del Principe, che tenta di scalare le mura, ed è respinto. Poi la così detta “incamiciata„, pure notturna, delle milizie cittadine, guidate dal prode Stefano Colonna, che escono addosso al campo girandogli dietro nascostamente da Rusciano e da Santa Margherita a Montici, nel punto stesso che un altro assalto gli si fa incontro dalla città: il campo va all'aria: accorre l'Orange, rinfrancando gli ordini e la resistenza: Malatesta, dalla città, dà nelle trombe: gli assalitori si ritirano, guardando in faccia il nemico, protetti dalle artiglierie.

E di là da Firenze, mentre la città finisce d'essere circondata, si combatte l'altra guerra, forse la più importante perchè più netta, per la conservazione di quella parte del dominio non perduta, e la sicurezza dei valichi; certo la più bella, perchè guerreggiata dal Ferruccio, commissario prima a Prato ma con le mani legate alla superior volontà d'un inetto presuntuoso, e Prato si perde; poi a Empoli: e qui comincerà la gloria di lui.

Termina intanto il gonfalonierato di Francesco Carducci, l'uomo della resistenza e della guerra, ma non saputosi, come poteva e doveva, destreggiare in quella sempre, anche nella comunanza del pericolo, discordevole cittadinanza: e gli succede, con l'entrare del nuovo anno, Raffaello Girolami, amatore di libertà, più destro, ma per ciò stesso assai men diritto e gagliardo. Ed è lui che si trova a consegnare a Malatesta Baglioni, il quale ha chiesto e ottenuto il grado supremo del comando non accettato da Ercole d'Este, consegnargli il bastone di Capitan generale, e con esso dargli in pugno le redini della guerra. Era il 26 gennaio; una scura e malinconica giornata: pioveva. La milizia cittadina tutta sulla piazza; i soldati a' bastioni: la Signoria, i Dieci, gli altri magistrati, sulla ringhiera a piè del Palazzo; Marzocco, il Leon fiorentino, ha in capo la corona d'oro delle grandi solennità. Il novello capitano della Repubblica, brutto e contraffatto, nonostante la sua bravura soldatesca, e malconcio omicciuolo, suntuosamente vestito e sulla berretta di velluto un'impresa sfolgorante il cui motto è libertas, scendeva da cavallo, e dinanzi al gonfaloniere, riceveva, inginocchione, uno stendardo quadrato ricamato a gigli, un elmetto d'argento smaltato pure a gigli, “e questo scettro„ (proseguiva il gonfaloniere, quale è fatto parlare dal Varchi) “questo scettro d'abeto così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il nostro costume antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre; ricordandoti che in queste insegne, quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute o rovina nostra, la fama o l'infamia tua sempiterna.„ Ma il Baglioni aveva già scelto.

L'equilibrio materiale delle forze armate si sarebbe potuto sperare che avesse effetto sulle condizioni diplomatiche, e le volgesse alla meglio; invece queste andarono sempre peggiorando pei Fiorentini. Il re di Francia, nel quale hanno follemente continuato a sperare, li abbandona affatto a sè stessi. I Veneziani fermano saldamente con Carlo e con Clemente la pace, e la riparativa politica d'astensione. In Genova è presso Andrea Doria e di suo proprio moto si adopera, fedele alla patria, nobile e geniale agente, Luigi Alamanni il poeta: ma il Doria ha consigliato a tempo i partiti dell'uomo forte e savio; quelli, co' quali egli ha assicurato la sua Genova; non ascoltato, la generosa follia di Firenze gli è venuta ora in fastidio. Alfonso duca di Ferrara, dopo non aver voluto, anche perchè diffidente di quel Malatesta, che il figlio suo Ercole accetti d'essere il Capitan generale de' Fiorentini, finisce col mandare agli assediatori quelle artiglierie che avea mostrate amichevolmente sulle sue fortezze a Michelangiolo. E il Papa, a un'ultima ambasceria che, prima di lasciare Bologna, riceve dai Fiorentini, infelice ambasceria, favorita, come ogni altro temperamento e andamento di mezzo, da Malatesta, e accolta in corte e in città poco meno che con ischerno, risponde, il Papa, rovesciandosi contro il popolo che gli ha mandati, dopo avergli distrutto, a lui e a' suoi, le splendide ville, e minacciato di spianare il palazzo e farne piazza con nome d'infamia, e messe le mani sui beni e tesori ecclesiastici, e lui stesso vituperato in ogni maniera, sino a impiccarlo in effigie. E poco appresso, tornati l'Imperatore in Germania e il Papa in Roma, il Papa, a un vescovo francese, che dopo essere stato in Firenze, e ammirata la difesa magnanima, gli parla alto e severo di questa scellerata guerra contro figliuoli suoi in Cristo e di patria terrena fratelli, e “Veda Vostra Santità,„ gli dice “veda, La supplico siccome cristiano e prete e vescovo, lo sfrenamento da Voi legittimato di quelle feroci soldatesche al mal fare, e cotesto vostro abuso del ministero sacerdotale a mondane ambizioni„, risponde il Papa, turbato, “Oh non fosse Firenze stata mai al mondo!„ Tremenda parola: dice degnamente un moderno istorico. Ed io aggiungo: Terribile cosa, che sulla bocca del Papa, così imbragatosi nelle cupidigie di principe, quella sola potesse oggimai essere (ed era un'imprecazione!) la parola nella quale l'amor della patria gli si rifacesse vivo dalla rimorsa coscienza!

VIII.