Sia come si vuole, questa è questione affatto secondaria. Ciò che preme e importa di mettere in sodo è che, prima della Riforma fiorentina, le opere teatrali, i melodrammi, si scrivevano a quel modo.

Sul conto dell'Amfiparnaso e del suo valore artistico, stimo inutile il far parole. Per me, e come commedia e come musica, è una poverissima cosa.

Ed eccoci alla Riforma fiorentina, il cui concetto venne nettamente dichiarato da quell'insigne scrittore che fu Giovanni Battista Doni.

“Questi virtuosissimi personaggi (egli parla d'Ottavio Rinuccini e di Jacopo Corsi) si possono dire i primi restauratori della musica scenica e autori dello Stile recitativo; imperocchè, riconoscendo che la maniera d'oggi non era troppo idonea alla espressione degli affetti e al cantare in iscena, e dall'altra banda avendo letto i miracoli che faceva anticamente la musica, fecero tanto coi più perfetti musici che si trovavano allora, che s'indussero a tentare una nuova strada, e a provare che riuscita farebbe una melodia che s'avvicinasse al parlare famigliare e movesse gli animi degli ascoltanti; — il che non potendo succedere senza far loro ben sentire le parole; e non potendo queste accoppiarsi con tanti artifici di contrappunto, vollero che, rimossi questi, s'attendesse solo ad un bello e leggiadro procedere, ed al fare il canto più naturale e vicino alla favella più che fosse possibile; onde conoscendosi che la cosa sarebbe ricevuta, fu composta dal signor Ottavio Rinuccini la Dafne, che fu rappresentata con plauso grandissimo, essendo stata armonizzata dai signori Jacopo Corsi e Jacopo Peri.„

Nessuna ambiguità nelle parole del Doni.

I componenti la Camerata del Conte Bardi posero la mira alla espressione de' sentimenti e degli affetti, persuasi che, senza quella espressione, la musica non può essere mai altro che un rumore, più o men grato all'orecchio, ma vanissimo; un balocco per l'uditore e, pel compositore, un giuoco di pazienza.

Persuasi di ciò, que' valentuomini videro: che a muovere e a determinare la espressione de' sentimenti e degli affetti, doveva esser prima, la parola; videro che la parola non poteva esser prima se, comecchessia, impedita; videro che con le inflessibili sue esigenze, il contrappunto non poteva non impedirla e, sicuri e con mente divinatrice, tagliaron netto e corto.

Come aveva fatto il Palestrina (e come doveva, in vista della musica religiosa), i componenti la Camerata Bardi, non si tennero ad una mezza misura.

Ma con una innovazione che mai nel campo delle arti belle la più ardita e più radicale, condannarono il contrappunto tutt'intero qual era, capitalmente. Si misero innanzi, come bandiera, la nota sentenza di Platone: nel canto, il primo posto spetta alla parola, il secondo al ritmo, il terzo al suono; la adattarono alle possibilità del momento e ai mezzi de' quali potevano disporre; e argomentando dagli effetti ottenuti dalla melopèa greca e dall'arte di Archiloco, di Terpandro, di Talete, di Saffo, tolsero di mezzo la polifonia, s'attennero alla voce sola accompagnata da uno o più strumenti, e idearono il recitativo; o piuttosto lo inventarono, che qui, quel verbo torna a capello; perchè della melopèa greca mancavan loro interamente gli esempi pratici; e perchè insufficienti troppo all'uopo, i rari tratti recitativi che s'incontrano nel Passio del canto fermo.

Fortemente scossa dalla Messa di Papa Marcello, la scuola fiamminga ebbe dalla riforma melodrammatica fiorentina il colpo di grazia. E il mondo riebbe la musica!