Fu quattro volte in Francia dal 1500 al 1511 e una volta, nel 1507-8 in Germania (passando per la Svizzera e per il Tirolo); e le sue osservazioni su quelli Stati, oltrechè nei dispacci quotidiani, si trovano raccolte in particolari relazioni che egli chiama “Ritratti„. Osserva in Francia la gagliardia di quella Corona, e ne pone come cagione principale l'avere essa sottomessi tutti i baroni. Non benevolo ai Francesi nei ragguagli che dà della natura loro, nota sopratutto il disprezzo che hanno verso gl'Italiani, perchè questi sono senz'armi e senza denari; e con occhio attento segue la fortuna dei Francesi in Italia, essendo con quella congiunta la fortuna di Firenze, per cagione di un'amicizia che egli malinconicamente dice: “essersi mendicata e nutrita con tanto spendìo, e con tanta speranza mantenuta„. In Isvizzera rimane ammirato di quella “libertà libertà„ (com'egli la chiama), e della piena ugualità d'ogni ordine di cittadini. Delle comunità di Germania loda i costumi patriarcali, e studia minutamente le relazioni tra imperatore, principi e comunità. In tutti quei paesi stranieri studia inoltre, con profonda attenzione, gli ordini delle milizie, esaminandoli con particolare riguardo all'Italia; e ne nota la forza e la debolezza; o indaga con che metodi possano esse vincere, e con quali opportuni rimedi potrebbero essere vinte dagli Italiani, se questi avessero armi proprie. Delle armi mercenarie aveva il Machiavelli già fatto trista esperienza nella guerra di Pisa, delle faccende della quale aveva dovuto occuparsi giorno per giorno come segretario dei Dieci. Quando poi, nel 1500, fu dato per compagno a Luca di Antonio degli Albizi, commissario al campo dei Francesi che assediavano, per conto di Firenze, quella città; potè sempre meglio conoscere la mala fede, la violenza, le ruberie infinite di quelle soldatesche. Del resto, dalla discesa di Carlo VIII in poi, e anche prima, erasi fatto palese come l'Italia, per mancanza d'armi nazionali, fosse corsa e sopraffatta dalle milizie straniere senza difesa, o dovesse commettere la difesa sua in milizie mercenarie anche più ladre. E io voglio qui citare il buon speziale Luca Landucci, che, nel suo Diario fiorentino, all'anno 1478, con grande semplicità e dirittura, così giudica dei soldati a servizio delle repubbliche italiane: “L'ordine dei nostri soldati d'Italia si è questo: tu atendi a rubare di costà, e noi faremo di qua.... Bisogna venga un dì di questi tramontani, che v'insegnino fare le guerre.„[4].
Una delle legazioni più notevoli del Machiavelli è quella al duca Valentino in Romagna dall'ottobre del 1502 al gennaio 1503. Aveva già egli conosciuto di persona Cesare Borgia, fino dal giugno precedente, avendo allora accompagnato in Urbino il vescovo Soderini, che la Repubblica Fiorentina inviava al Duca, per congratularsi del violento acquisto di quel ducato, e per invocare intanto la restituzione di certe terre aretine ribellate da Vitellozzo Vitelli. E fin d'allora il Machiavelli delineò del Valentino un ritratto che mostra com'egli ne ricevesse una vivissima impressione. “Questo signore è molto splendido e magnifico; e nelle armi è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola; e per gloria, e per acquistare stato, mai si riposa, nè conosce fatica e pericolo. Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva. Fassi ben volere a' suoi soldati, ha cappati i migliori uomini d'Italia: le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto, con una perpetua fortuna.„ Il Machiavelli era in Sinigaglia quando Cesare Borgia, il 31 dicembre del 1502, fece prendere con fine astuzia, e poi tranquillamente strangolare, Vitellozzo Vitelli, gli Orsini ed altri signorotti della Romagna, già suoi emuli, e ora suoi troppo creduli alleati; del quale eccidio il Machiavelli stesso fece poi una distesa e vivace Descrizione. Ch'egli ne fosse consigliatore, come qualche storico mediocre ha vociferato, è una stupida accusa, che non ha ombra di fondamento; ma certo è che, per quel fatto, la immaginazione sua fu profondamente colpita dall'energia, dall'audacia, dalla rapidità di quel giovane tiranno che non conosceva ostacoli, e li superava tutti, con qualsiasi mezzo, buono o cattivo, ma sempre opportuno, capacissimo di ogni malvagità, ma (come bene osserva il Tommasini[5]), “non di fare male vano„; e notevole anche in questo, che di quelle opere sue, che a noi paiono malvagie, cercava avidamente la lode. In fatti raccontò al Machiavelli la cosa “con la migliore cera del mondo„ e si rallegrò tanto di questo successo che (dice il Machiavelli) “mi fece restare ammirato„. Diedegli poi ordine che se ne rallegrasse colla sua Repubblica, alla quale diceva d'aver fatto un gran bene, collo spegnere quei nemici di lei capitalissimi, e avere “tolto via ogni seme di scandolo, e quella zizzania che era per guastare Italia„. E i Dieci di balìa, non meno stupefatti del loro segretario, prima gli scrissero che si rallegrasse col Duca di “questa sua felicità„, bensì “con modestia„ per salvare almeno l'apparenza del pudore morale; ma, quando seppero che tra gli strangolati v'era anche il rubatore delle terre d'Arezzo, allora misero da parte ogni scrupolo, e di gran cuore confermarono al Machiavelli la commissione dei rallegramenti; “tanto più vivamente (dicono), da poi s'è inteso la morte di Vitellozzo, della quale questa città ha cagione di contentarsi assai.„
III.
L'esperienza acquistata in quattordici anni di attività politica nella mente riflessiva di Niccolò Machiavelli erasi ordinata in osservazioni ragionate; quando la reazione del 1512, riportando in Firenze i Medici, distrusse il governo del Soderini, e lui, Machiavelli, privò d'ogni ufficio. Ritiratosi allora in una sua villa presso San Casciano, datosi agli studî storici e letterari, a quegli studi, i quali, come scrisse Cicerone, “secundas res ornant, adversis perfugium et solatium praebent„, mise a profitto le osservazioni fatte, l'esperienza acquistata nelle cose di Stato, e, corroborandola collo studio comparativo dell'antiche istorie, ne compose quelle opere somme, che l'hanno fatto segno ora di ammirazione, ora di odio, e anche di vituperio, ma che hanno fatto il suo nome universale e immortale, e hanno meritato che sul sepolcro di lui in Santa Croce si scolpisse “Tanto nomini nullum par elogium!„
Le opere politiche del Machiavelli, sono principalmente due: i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e il Principe. Nei Discorsi si ragiona in tre libri, della formazione, dell'accrescimento e dell'ordinamento delle repubbliche; nel Principe, in ventisei capitoli, dei modi che ha da tenere un principe nuovo, o piuttosto un tiranno, a fondare uno Stato e a conservarselo. Le due opere (chi le consideri superficialmente) mostrano di avere un carattere diverso; perchè la prima tratta di repubbliche, e l'altra di principato; quella nella più gran parte riguarda una condizione di ordinata libertà; questa invece uno stato violento e transitorio, qual'è la fondazione di un principato nuovo in una società corrotta, e per opera di un tiranno; infine i Discorsi sono come un commentario di storia antica, mentre il libro del Principe, proponendosi un fine non solo dottrinale, ma pratico ed immediato, trae quasi tutti gli esempî dalla storia contemporanea. Ma, se si studino un po' attentamente, si vedrà che le due opere nei principî generali e nel metodo si accordano; e di parecchie massime che sono nel Principe si trovano i germi, e più che i germi, nei Discorsi.
Permettetemi, Signori, di darvene un breve ragguaglio complessivo.
Nei Discorsi cinque capitoli sono dedicati alla religione, che il Machiavelli, pur considerandola come un fatto puramente umano, pone come fondamento principale e necessario della salute degli Stati “perchè (dice) dove è religione si presuppone ogni bene, dove ella manca, si presuppone il contrario„. E ha una fiera ed eloquente invettiva contro la Chiesa Romana, che muove dal principio che, “appunto per gli esempî rei di quella corte„ l'Italia avesse perduto ogni “divozione ed ogni religione, il che si tira dietro infiniti inconvenienti e infiniti disordini„. Prosegue poi più fieramente l'invettiva, accusando il potere temporale della Chiesa d'essere d'ostacolo alla unità d'Italia, e d'averla ridotta a tanta debolezza “da essere stata preda, non solamente di barbari potenti, ma di qualunque l'assalta„. Di questa materia della religione è nel Principe appena qualche cenno fugace, laddove l'autore confessa la missione divina di Mosè, e dove dice che il Principe debba, se non essere, almeno parere religioso.
Degli ordini militari discorre con largo ed intimo studio nell'una e nell'altra opera. Ha parole roventi contro le milizie mercenarie ed ausiliarie, e raccomanda vivamente ai principi e alle repubbliche di avere armi proprie.
Per quanto attiene ai metodi di governo, nei Discorsi è, forse più che nel Principe, conservato il rispetto a certi principî generali di moralità, che sono superiori a ogni contingenza politica: ma però sono sempre enunciazioni astratte, che non hanno alcuna influenza sulla determinazione dei modi più opportuni e più efficaci che occorrono per fondare e mantenere uno Stato.
Il Machiavelli più volte, nell'una e nell'altra opera, si chiarisce fautore convinto dello Stato popolare, e avverso ad ogni oligarchia di nobili ed ottimati; ma, anzi tutto, reputa necessario, per bene instaurare una repubblica o un principato ab imis fundamentis, la volontà e la mano ferrea d'un solo ordinatore, che abbia autorità pienissima; e scusa e difende Romolo d'aver ucciso il fratello Remo, e d'aver consentito alla morte del collega Tazio Sabino, perchè il fine che lo indusse a tali omicidî fu la salute dello Stato. Inoltre un principe nuovo ha da fare ogni cosa di nuovo, e perchè gli uomini si hanno “a vezzeggiare o a spegnere„ bisogna che si faccia amico il popolo, e tolga di mezzo gli emuli e i grandi senza pietà. Non si fonda uno Stato libero, se non si ammazzino i figliuoli di Bruto; non vive sicuro un principe nuovo, se si lascino vivere coloro che del principato furono spogliati. E, in sul principio, se occorre, bisogna anche usare crudeltà, ma usarle bene, in modo che si convertano in utilità dei sudditi; e farle subito, e tutte ad un tratto, “per non avere a ritornarci sopra ogni dì, e a star sempre col coltello in mano.„ Come medicina, veda poi il principe di guadagnarsi gli uomini col beneficarli, e i benefizî farli a poco a poco “acciocchè si assaporino meglio„. Degnissimo di lode è il principe buono; ma la bontà deve usare con prudenza e secondo necessità. Buono sì; ma non tanto da essere rovinato “infra tanti che non sono buoni„; nè da avere ritegno a fare, necessitato, cose malvagie, quando giovino a salvare lo Stato. Peraltro, le buone qualità, anche se non si hanno è bene parere di averle, perchè l'universale giudica secondo le apparenze, e nelle azioni guarda al fine. Resta, per ultimo, che diciamo dell'osservare la fede data. La quale cosa è buona e lodevole; mentre la frode (salvo nel maneggiar la guerra) è in ogni altra azione detestabile. “Nondimeno (dice il Machiavelli) si vede per esperienza ne' nostri tempi, quelli principi aver fatto gran cose, che della fede han tenuto poco conto, e che hanno saputo aggirare con astuzia i cervelli degli uomini ed alla fine hanno superati quelli che si sono fondati in sulla lealtà.„ E cita come maestro d'inganni papa Alessandro VI, che “non fece mai altro che ingannar uomini„; e pure gli inganni gli andarono sempre bene, “perchè conosceva bene questa parte del mondo.„ Certo se gli uomini fossero tutti buoni, la lealtà sarebbe un bene; ma, perchè son tristi, e di rado osservano la fede, un “signore prudente„ non può nè debbe osservarla agli altri “quando gli torni conto, e che sieno spente le cagioni che la fecero promettere„. Tutto sta che s'abbiano cagioni legittime a giustificare tale inosservanza, e che la cosa sia colorita bene, in modo da conservarsi la reputazione dell'universale.