Più degna di esser notata mi pare la somiglianza delle circostanze, di preparazione, d'inspirazione, di svolgimento e di effetti, che è tra il lavoro letterario dell'Ariosto e quello, da una parte, di Dante, dall'altra di Alessandro Manzoni. Nati e cresciuti tutti tre nei principii d'un movimento e d'un mutamento politico e letterario che determinò le più differenti e in diverso aspetto più importanti età della vita italiana, tutti tre, modificate essenzialmente ma non spogliate al tutto le idee e le affezioni della gioventù, accompagnarono il mutamento e il movimento, fin che, non dico lo fermarono, ma lo illustrarono al punto più alto dell'ascensione con un'opera che, raccogliendo tutte le idealità del loro passato ed agendo con grande efficacia su gli spiriti le opinioni e le concezioni estetiche del presente, eccitò pure una reazione. Dante, cresciuto nel primo scadimento del papato e dell'impero, del medio evo in somma, e quando il reggimento delle città italiane passava nelle forme o del comune o della signoria dalle oligarchie gentilizie all'autorità democratica, mutatosi da guelfo a ghibellino e da dicitor d'amore a neoclassico, scrisse, dopo la rivoluzione di Giano della Bella che gli tolse la nobiltà, dopo il colpo di stato del Valois che gli tolse la patria, la Commedia, opera guelfa insieme e ghibellina, scolastica e popolare sì nel concepimento sì nell'esecuzione; e pur raggiando gli albori dell'età nuova chiuse il medio evo, levandone alle maggiori altezze l'idealità e universalità artistica: alle quali seguirono per reazione l'opera individuale del Petrarca e l'opera realistica del Boccaccio. Nato e cresciuto quando l'umanesimo finiva d'abbattere i resti di quelle comunità d'arte e pensiero indigene e plebee che s'erano mantenute nell'intermezzo tra il medio evo e la riforma, quando le signorie nazionali erano per disparire attratte nella violenza dell'impero risorto come monarchia conquistatrice, l'Ariosto, da poeta latino trasmutatosi a poeta di romanzi, dopo la invasione francese, durante la guerra della lega santa contro Venezia e del papa contro il suo duca, scrisse, e dopo la caduta della repubblica di Firenze compiè, il suo poema, chiudendo i periodi della poesia romanzesca, l'ideale delle plebi, dei signori e dei capitani di ventura de' secoli decimoquarto e decimoquinto; il poema che canta le glorie d'una dinastia contro l'impero e la chiesa; il poema che trasforma con un lavoro perfettamente classico la materia medioevale e rende finalmente italiana la lingua toscana; il poema che, pure operando con grandissima efficacia su'l movimento letterario non pure italiano ma europeo, provoca sì negli spiriti sì nelle forme la riazione cristiana aristotelica individuale del Tasso. Nato il Manzoni tra i fulgori ed i fulmini della rivoluzione francese, crescendo quando il filosofismo dell'Enciclopedia della Costituente della Convenzione impersonatosi nel Bonaparte provocava la reazione tra medioevale e liberale dell'Europa, quando la invasione francese con le forme di repubblica o di regno conturbando e sommovendo la vecchia società italiana cagionava un risvegliamento quasi nazionale degli spiriti guelfi e ghibellini, egli, di giacobino e classico, tramutatosi in cattolico e romantico, chiudeva quel periodo di sconvolgimento e di turbazione con un libro di raccoglimento individuale, di realismo ideale, in cui il soggettivismo autoritario giacobino persistendo riforma a imagine sua le idee cattoliche e le teorie romantiche; un libro, che pure efficacemente operando su l'educazione estetica provocò una reazione subitanea sì nei pensieri e sentimenti sì nelle forme. A compiere i paralleli, anche gli anni della pubblicazione delle tre opere si corrispondono. La Commedia, pensata e lavorata per tutti i primi anni del secolo decimoquarto fu finita nel 1321: fu finito nel 1516, corretto nel 21, riformato nel 32 il Furioso: i Promessi Sposi finiti nel 1826 furono corretti nel 40.

E qui basta. Le generazioni e l'ordine sociale fiorenti e dominanti in Italia in questo scorcio di secolo hanno il diritto e anche il dovere di riconoscere nel Manzoni il loro più affine rappresentante artistico. Ma, se alcun voglia comparare o anteporre l'efficacia e l'importanza storica dell'opera in prosa di lui alla poesia di Dante e dell'Ariosto, quegli obbedirà a una preoccupazione del presente che si può bene intendere ma non può esser levata alle regioni della storia, quegli sottometterà il vero oggettivo alle sue parziali impressioni estetiche, quegli correrà pericolo di scambiare una riforma di sentimento e stile in Italia per una rivoluzione della letteratura europea. Lasciamo di Dante. Ma dirimpetto alla esuberanza di vita e alla calda rappresentazione di tutto il sentimento, di tutta un'epoca che tutta l'Europa ammirò nel Furioso, la novella provinciale del Manzoni è domesticamente e democraticamente modesta. Che se lo spirito giacobino d'accordo questa volta con l'umiltà cristiana parvero audacia rivoluzionaria persuadendo al Manzoni di scegliere a eroi due contadini brianzoli, gli vietarono però di fare poema; e al meraviglioso inventore e analizzatore prosastico venne a mancare un addentellato nella tradizione non pur nazionale ma europea, la quale si perpetua in un retaggio di grandi leggende e di grandi fatti di razza e di nazione congiunti ai grandi problemi psicologici che si rinnovano nei secoli. I poemi del secolo decimonono sono il Faust e il Prometeo liberato. Il problema psicologico dei Promessi Sposi fu un fenomeno passeggero in alcune anime di sola una generazione, e la preoccupazione di cotesto breve momento, la restaurazione romantica del cattolicismo, forse che rattrista, se non raffredda, lo spirito artistico del vero e nobil volume. Il quale forse per ciò non s'ebbe fuori d'Italia, in Europa, che un successo inferiore al valor suo reale, inferiore di molto alla fortuna di altri romanzi francesi e inglesi che gl'Italiani reputano di gran lunga inferiori al romanzo lombardo. Il Furioso, oltre le versioni e le edizioni moltissime in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Olanda fin dal secolo in cui fu composto, ispirò a tempi diversi quattro dei più varii e favoriti ingegni della letteratura europea, lo Spencer nella Regina delle fate al secolo decimosesto, il Byron nel Don Giovanni al nostro, e al settecento i due tra loro più simpatici ingegni delle due più avverse nazioni, il Voltaire nella Pulcella, il Wieland nell'Oberon. Il Furioso dunque tiene un luogo ben alto nella letteratura europea.

VIII.

Opera così varia e superba d'uomo così semplice e buono!

“Mai non si satisfaceva de' versi suoi — lasciò nei ricordi Virginio suo figlio — e li mutava e rimutava; e per questo non si teneva in mente niun suo verso. Ma di cosa che perdesse niuna gli dolse mai tanto, come di un epigramma che fece per una colonna di marmo la quale si ruppe nel portarla a Ferrara.„ A questo punto la memoria di Virginio è interrotta. Finirò io. Erano due colonne che dovevano sorreggere una statua equestre di Ercole I: nel trasporto rotta e caduta in Po l'una per cui l'Ariosto scrisse l'epigramma, l'altra fu lasciata e giacque inutile ove ora è in Ferrara la piazza ariostea, per molti anni, fino al 1659, che la drizzarono e vi posero su la statua di Alessandro settimo papa. Nel 1796 i repubblicani della Cispadana atterrarono dalla colonna il pontefice, e vi piantarono, presente il generale Napoleone Bonaparte, una statua della Libertà in gesso. Nel 1799 gli Austriaci calarono giù la libertà di gesso, e per conto loro non inalzarono nulla. Ma nel 1810 gli antichi repubblicani della Cispadana elevarono sopra la colonna la statua di Napoleone imperatore, che, fondator di repubbliche, aveva già assistito alla elevazione della libertà di gesso: anch'egli vi durò ben poco, fu abbassato nel 1814. Dal 1833 in poi su quella colonna che l'Ariosto vide portata a Ferrara per sorreggere la statua del duca sotto il quale egli nacque, e che invece sopportò un papa, una repubblica, un imperatore; dal 1833 su quella colonna sta la imagine di Ludovico Ariosto scolpita da Francesco Vidoni. Non è una bella statua. Ma nè papi nè imperatori nè la libertà medesima cacceran te di lassù o poeta divino, che scrivesti l'Orlando e tanto ti dolevi d'aver perduto un epigramma latino, e tanto ti consolavi del crescere dei sambuchi credendo fossero capperi.

TORQUATO TASSO (1544-1595).

DI

ENRICO NENCIONI.

I.

Vi sono due Torquati Tasso: che potrebbero dirsi i due lati sofistici di questo vecchio, e sempre nuovo, e sempre magnetico soggetto. Vi è il Tasso della leggenda romantica, quello delle Veglie e della Eleonora, anzi delle Eleonore, dei duelli e dei travestimenti; una specie di gran mandolinista della poesia, quale è ormai impresso nel cuore del popolo, e quale su per giù è cantato egualmente da librettisti e novellieri d'infimo ordine, e da insigni poeti come Byron, Lamartine, Espronceda, Giovanni Prati. Non parlo del Tasso del Goldoni, che è una specie di farsa, nè di quello di Goethe, che non è che un prestanome, un interprete dei sentimenti dell'olimpico Goethe (Goethe Antonio), all'epoca in cui si atteggiava a impassibilità marmorea, e aveva per la sua sacra persona un vero culto di latria, e portava la propria testa come si porta il Santissimo Sacramento.