La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.
Si riunì tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei dì più popolare, perchè l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda di bramosie venali e vanitose, dalle sètte, dalle congiure, dai tradimenti.
Il Verri, sin dal mattino, cominciò ad abolire le tasse che più gravavano sul popolo, e lo annunziò con manifesti «che scongiuravano i buoni milanesi di tornare in calma.»
E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte, disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in Milano — chiamatavi ancora dall'odor del bottino — la feccia più turpe del contado. — E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicerè, allorchè — più efficace dei violenti manifesti del Pino — provvide a spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei più sinistri figuri, finchè alla sera del 21 una lugubre calma si stese sovra la città, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta sua.
Nondimeno, nè tosto, nè poi, si vollero seriamente, di questa infamia conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini più eletti di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perchè sulla tragedia del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E così, gran parte degli arrestati furono messi in libertà, senza inizio di processo, altri, inquisiti fiaccamente, pro forma, pochi processati.... ed assolti.
Anche la musa popolare non si destò, da principio, se non per inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.
Solo due anni più tardi, un poeta, un tranquillo poeta, manzonianamente fluido nella forma e misurato nell'impeto, ma nondimeno vero poeta civile, Tommaso Grossi, rivendicava la probità e la buona fede del conte Prina, in quel piccolo capolavoro di poesia vernacola intitolata la Prineide, nel quale il verismo descrittivo e la fine arguzia politica fecero supporre, senz'altro, l'estro possente del Porta.
Ma il Porta si affrettò a respingere la gloria di quella coraggiosa opera d'arte che troppe noie.... gli avrebbe attirato dagli Austriaci, i nuovi e sospettosi padroni. E così, anche il verso dialettale ch'era sgorgato finalmente a deplorare l'eccidio del 20 aprile, parve pentito di sè, fu sconfessato quasi, non in nome dell'arte, ma della paura.
Quanta nostra fine di secolo, in quel principio di secolo! Come tra il fluttuare degli ordini sconvolti, degli elementi storici già disgregati, ma non ancora atti a comporsi in una novella armonia, gli uomini appaiono allora ed ora agitati da passioni che li traggono alla ruina o inspirati da idealità a cui solo i tempi futuri potranno spianare la via!
Partiti estremi che non s'intendono fra loro: uomini, che sopra l'ondeggiare di questi partiti rumorosi e vani s'intendono per dominare fin che possono; plebi travagliate e ignare che nei loro impeti insani fanno il giuoco dei loro oppressori medesimi; intelletti confusi e coscienze turbate dall'aspettazione di un avvenire incertissimo, che la volontà più poderosa non può nè allontanare nè affrettare; come tutto ciò che forma il quadro della vita pubblica nella prima grande rivoluzione, si rinnova nell'ultimo scorcio di questo secolo che fu ed è tutto una rivoluzione! Per tal rispetto, a leggere i giornali d'allora, si è colti, talvolta, da uno stupore profondo: se non fosse la carta ingiallita, la vecchia stampa, l'odor d'antico che esalano i volumi di quelle vecchie collezioni, si potrebbe credere di aver sott'occhio i giornali d'oggi, tanto è qua e là, la somiglianza del linguaggio, tanto si pareggiano gl'inni e le contumelie, le adulazioni e le calunnie gettate a piene mani contro questo o quell'uomo politico, destinato a trionfare, destinato a perire, destinato in ogni caso ad essere travolto nell'oblio, fino a che i nipoti curiosi non pensino un giorno a rievocarne la memoria. Possiamo — ahimè! — specchiarci tutti nelle immagini del passato, e impararvi che il mondo rinnova sempre i suoi errori, perchè dalla storia, che Cicerone chiamò maestra della vita, la vita non va mai a scuola....