La stessa indipendenza d'animo lo sorreggeva nelle questioni politiche. Avverso, per dottrina e per esperienza, a dominazioni straniere, aveva firmato nel 1814 la petizione contro il principe Eugenio e firmava nel 1848, durante la fiera mischia delle cinque giornate, la petizione a Carlo Alberto. Ma tre mesi dopo ricusava di sottoscrivere la domanda di fusione colla monarchia piemontese, perchè temeva di recar pregiudizio con essa al suo programma unitario. Nè valsero a rimuoverlo dalla negativa le istanze affettuose del conte Cesare Balbo.
Fu questo complesso di qualità, questo fulgore d'ingegno, questa dignità di carattere che fecero del Manzoni, dopo il 1815, il beniamino di due generazioni. La sua fama aveva presto passate le Alpi. Gl'Inni Sacri erano subito piaciuti al Goethe, che nel 1821 tradusse il Cinque Maggio e ne mandò la versione all'autore. Quando le indiscrezioni degli amici rivelarono che il Manzoni stava occupandosi di un romanzo storico, Victor Cousin ne scrisse in Francia e in Germania, destando intorno al lavoro grande aspettazione. La quale poi fu superata dall'effetto della pubblicazione dei Promessi Sposi nel 1825. Il Giordani, il Leopardi, il Niccolini, il Giusti, il Rosmini ne furono entusiasti. Il Goethe scriveva ad un suo amico: «Manzoni non si mostrò tutto intero che nel romanzo; in esso vi si leva tant'alto, che difficilmente si può trovare opera ed autore che gli stia a pari». L'illustre autore dell'Ivanhoe si recava a Milano appositamente per conoscere l'autore dei Promessi Sposi. E «come il Manzoni modestamente schermivasi dagli elogi, dichiarando non avere fatto col suo romanzo che imitare i capolavori del romanziere inglese, Walter Scott, gli rispose sorridendo: «Vuol dire che i Promessi Sposi sono il mio più bel romanzo».
In mezzo a queste ammirazioni e all'affetto riverente della sua città, passò il Manzoni gli ultimi anni della sua vita, studiando molto, pubblicando poco, non uscendo quasi mai dalla sua villa di Brusuglio o dal suo salotto di Milano. In questo salotto, a cui accorrevano illustrazioni d'ogni maniera, pareva ch'egli solo non fosse un uomo grande, tanta era la sua cordialità, la sua modestia, la timidezza, quasi, colla quale, richiesto, esponeva opinioni sue. Si animava più sovente, parlando dei Longobardi o della lingua italiana o della Rivoluzione francese. Di questa conosceva le più riposte cagioni e i fatti più intimi, rivelatigli dal Sergent, che dimorò lungamente a Milano ed era stato segretario del Robespierre. Dei vantati corifei di quel dramma sanguinoso aveva pochissima stima. Chiestogli un giorno, forse troppo audacemente, quale fosse stato il sentimento più diffuso in Francia durante la Rivoluzione, mi rispose senza esitare: «la paura». Poche pagine di alto valore figurano, su questo argomento, nei suoi scritti postumi. Se non gli fosse mancata, cogli anni, la lena, probabilmente avrebbe dato in Italia agli studj critici su quel movimento, la stessa intonazione che vi diede in Francia Ippolito Taine.
Sventure famigliari funestarono la sua tarda vecchiezza, ma gli furono risparmiate le amarezze dell'ingratitudine e dell'oblio. Pochi uomini anzi scomparvero dalla vita, così largamente e lungamente compianti. I suoi funebri furono solenni pel lutto vero e profondo, di cui volle essere vessillifero un illustre Principe di Savoja. Parve che colla morte di Alessandro Manzoni si lacerasse un titolo di nobiltà per l'Italia. Egli però certamente avrebbe potuto dire di sè: «non omnis moriar». Lasciava in retaggio al suo paese un patrimonio di virtù, di carattere, d'ingegno, che si traduceva in un beneficio durevole di fede nazionale. Poichè i popoli che, ad intervalli di secoli, producono uomini come Dante, come Galileo, come Manzoni, possono essere alteri della propria costituzione organica e lasciar passare, sicuri dell'avvenire, anche periodi amareggiati dallo scetticismo e dalla volgarità.
L'ITALIA DI STENDHAL
CONFERENZA
DI
MATILDE SERAO.
Enrico Beyle, detto de Stendhal, nelle sue tre o quattro autobiografie, dice, varie volte, che i suoi sentimenti, legati nelle bianche pagine dei volumi stampati e nelle molte carte dei manoscritti, saranno letti e intesi, saranno, forse, ammirati e amati, questi pensieri e questi sentimenti, dai lettori che vivranno fra il 1880 e il 1900: anzi, nella sua Vie d'Henri Brulard, curiosamente e non senza malinconia, egli cerca immaginare l'anima di questo ignoto e amico lettore, neppure nato, forse, quando egli finiva di scrivere e moriva. E giammai, io credo, vi fu spirito di scrittore così matematicamente profetico: durante la sua vita, non breve, i suoi libri non gli procurarono nè gloria, nè onori, nè pane: la metà, quasi, delle sue opere, è stata stampata molto dopo la sua morte: e la gente di Francia, d'Italia, d'ogni paese ove siano intelletti colti e cuori avidi di sensibilità, non ricerca i suoi volumi che da quindici o venti anni, cioè da quel fatidico 1880, che gli apparve come una promessa di spiritual comprensione. Noi siamo, dunque, i suoi lettori, le intelligenze a cui egli raccomandava i suoi ideali di artista e di critico, gli spiriti a cui egli legava le sue idee di filosofia, le anime a cui egli affidava le sue confessioni di cuore appassionato: e questo testamento, così profondo e così personale, così vario e intanto così assoluto, così austero e così umano, ecco, ha trovato, in tutte le sue parti, migliaia di eredi scossi e commossi. E noi, in ispecie, noi italiani, siamo, dobbiamo essere i suoi lettori più attenti e più devoti: poichè de Stendhal non solo ha preferito di vivere in Italia, ma qui ha preferito di vivere e di amare, non solo ha qui amato e sofferto, ma qui ha studiato, ha pensato, ha scritto: non solo egli ha qui avuto tutte le sue manifestazioni di uomo e di scrittore, ma solo l'arte italiana e la vita italiana sono state materia, forma, sostanza, spirito, idealità della sua opera. Questo paese fu da lui così intensamente ed esclusivamente amato, così illustrato e celebrato anche sovra il suo, anche contro il suo, fu così la fonte di tutte le sue lacrime di entusiasmo come di quelle di dolore, che, egli stesso, lasciò scritte le parole, che desiderava si incidessero sulla sua lapide, al cimitero. Dicono, queste parole: Arrigo Beyle, milanese — Visse, scrisse, amò. Io ho, nel popolare cimitero di Montmartre, or sono pochi mesi, al rond point de la croix, sotto il ponte di ferro, cercata questa lapide, ma non l'ho trovata. Dicono, sia sparita nel 1887. Ma essa vi fu, per molti anni: ma è stampata nei libri. Volle Enrico Beyle, dopo la morte, dichiararsi italiano, ancora, sempre!
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Natura complessa e bizzarra, che raccoglieva in sè le qualità più alte e i difetti più singolari, de Stendhal non poteva che patire moltissimo, nelle sue non lunghe dimore a Parigi, poichè il suo tempo, gli uomini e le donne che lo circondavano, i casi della politica e dell'arte, quando egli fu forzato a vivere colà, erano in aperta e dolorosa contradizione con ogni sua tendenza. Impressionabile e freddo nella apparenza, molto audace nei propositi e timido innanzi alla più piccola difficoltà sociale, appassionato e diffidente al massimo grado di sè e della propria passione, innamorato ardente dell'arte in tutte le sue espressioni e fingendo, per posa, di consacrarsi tutto alla filosofia, brutto e pure dotato di un'anima fulgida come un gioiello, quasi sempre mal vestito, spesso goffo, quasi sempre senza denaro, troppo grasso, troppo piccolo, sempre inceppato in compagnia di donne, nella società francese gli erano riserbate una serie di delusioni amare, di punture acute e nascoste, di umiliazioni che egli divorava, spesso, piangendo, nella sua stanza povera e fredda, dove non aveva, in gioventù, neppure un po' di legna da gittare nel caminetto. Gli uomini di talento a cui egli si accostava, non lo intendevano, giacchè egli non osava parlare, quasi, nella loro presenza, giacchè egli non sapeva o non poteva neppure esprimer loro la sua ammirazione: ed erano, anche, scienziati gravi e pedanti, a cui le sue idee originali avrebbero fatto orrore, erano degli storici zeppi di pregiudizii a cui i criterii già larghi del giovane Beyle, sarebbero parsi una follia pericolosa, erano giuristi e legislatori e filosofi che aborrivano dall'arte, poichè, nel 1800, l'arte in Francia non aveva avuto ancora tempo di risorgere, dalla grande crisi del 1789. Gli sciocchi, poi, a cui egli diceva irritato delle misteriose impertinenze, lo guardavano con sospetto e con disprezzo, incapaci di misurarne il valore che, del resto, egli non si curava di manifestare; e la sua collera gli faceva imporre agli imbecilli solo le stranezze del suo temperamento e della sua vita, per cui, spesso, fu colpito dalle più odiose calunnie. Ma quelle che maggiormente lo trascuravano, lo burlavano, lo disprezzavano, erano le donne francesi, grandi signore e attrici, aristocratiche del secondo stato o aristocratiche del terzo stato; le donne, proprio le donne, che egli, fino dall'adolescenza non aveva potuto incontrare senza turbarsi, non aveva potuto guardare senza commuoversi, con cui non aveva mai potuto scambiare dieci parole, senza sentirsi preso e innamorato: le donne, proprio le donne, che erano per lui il segreto della felicità, il fàscino della vita, la finalità di ogni passione, dopo esserne stata la sorgente: le donne, proprio quelle donne a cui egli dedicava o cercava dedicare tutti i più puri fiori della sua sensibilità, a cui egli offriva o cercava di offrire i saporosi frutti della sua intelligenza: le donne per cui gli sarebbe piaciuto di esser bello, nobile, ricco, glorioso, per vivere con esse in comunione sensuale e sentimentale. E invece dalle sue memorie, dalle sue lettere, dal suo giornale, dai suoi ricordi, appare un seguito di piccole e grandi lotte con queste creature belle e civettuole, aggraziate e frivole, seducenti e mendaci, capaci di sentire una simpatia ma incapaci di abbandonarsi al vortice di una passione, che non lo comprendevano, non lo apprezzavano e, spesso, gli preferivano apertamente uno stupido meglio vestito di lui, un vecchio ricco che comperava loro dei gioielli, il loro maestro di spinetta o, peggio, il loro sarto. Quante ansie perdute, quante aspettative deluse, quante violente iniziative inani, quante figure ridicole, sì, proprio ridicole, come egli lo confessa, gli hanno procurato, i suoi amori, nel bel paese di Francia! Come quelle gentili e irresistibili donnine si giuocavano di lui, lo tenevano sospeso fra la speranza e la collera, come gli facevano sospirare, per giorni, per settimane, per mesi, le più piccole soddisfazioni della tenerezza, dell'amore! Egli era l'uomo che, nel silenzio della sua cameretta, meditava l'esplosione della sua passione ardente, la quale frantumasse le resistenze di quelle creature: ma giunto innanzi alla porta della bella, innanzi a un sorriso beffardo, tutto il suo mirabile coraggio cadeva, il suo cuore si ghiacciava ed egli appariva taciturno, imbarazzato, spesso grottesco. Tesori di amore erano nascosti in quella grande anima di appassionato: ma egli non sapeva versarli nelle parole e nell'espressione, nè quelle donne sapeano ritrovarli, da loro, mai. De Stendhal abborriva da ogni querimonia, egli non si è mai confidato con un amico sui suoi amori e sui suoi dolori, ma, ogni tanto, fra la vivacità ironica dei suoi ricordi, scritti per l'amico lettore di cinquant'anni dopo, sorge questo grido doloroso: Que je souffre, de n'être pas deviné!
Così in una società come quella francese del principio del secolo, in cui tutte le tradizioni artistiche erano spezzate, quasi morte, de Stendhal dovea sanguinare nel suo profondo entusiasmo per la beltà delle arti: in una società che ancora non ritrovava il suo assetto scientifico, dopo lo sforzo immane dei filosofi dell'Enciclopedia, e che guardava con sgomento qualunque spirito libero che oltrepassasse il suo tempo, le idee avanzate di Stendhal lo dovevano indicare come un mostro, sono le sue parole: in una società di salone dove, respirando di sollievo per la fine del tragico sogno dell'ottantanove, non si chiedeva che il brio esteriore, che lo spirito di botta e risposta, che la grazia tutta formale della conversazione, il povero Enrico Beyle dovea subire le più amare mortificazioni, poichè egli era infelicissimo nel comunicare le sue idee, poichè mancava dello spirito di salone, poichè aveva troppo talento per saper conversare bene. Egli segna come un giorno glorioso, forse, un sol giorno, in cui, in società, indossando un bel vestito, possedendo del denaro in tasca, avendo ben pranzato, egli ha potuto esser brillante in conversazione, dicendo, almeno una parte, delle idee che tumultuavano in lui, in una forma comprensibile ed elegante! Il grande Stendhal, quest'uomo di genio, come lo chiama Onorato di Balzac, costretto dalla società in cui viveva, a mendicare la rarità di un successo di salone!