Ed ora un cenno fugace intorno alla musica e al fortunato e brillante melodramma italiano, sórto proprio allora.

Nella seconda metà del secolo XVIII, mentre gl'Italiani procedevano adagio adagio, se pure procedevano, con mille musicisti, la Germania con soli due uomini, il Gluck e il Mozart, ci fu innanzi. Un passo ancora, e il Beethoven, movendo appunto dal Mozart, raggiungerà la cima dell'Olimpo musicale.

Dapprima però anche il Mozart seguì la scuola napoletana, ma con la scorta del Bach, dell'Händel, del Gluck e dell'Haydn s'avanzò rapidamente per correre il proprio cammino col Matrimonio di Figaro, col Don Giovanni e col Flauto Magico. Egli quindi modificò sostanzialmente il melodramma italiano e contribuì col Gluck a ristorare il tedesco.

Il Weber pure muove dal Mozart, la musica del quale induce all'imitazione anche il Paër, che ne dà segni indubbi nei lavori che compie per Praga e per Dresda.

Il Paër resta però ultimo della vecchia scuola a spadroneggiare nel campo presso che deserto, essendo il Cimarosa già morto e il Paisiello già vecchio.

Fu allora che apparve sulla scena italiana un'opera intitolata Tancredi, d'un giovine di ventun anni che si chiamava Gioacchino Rossini, rinfrancatosi a sua volta nella musica del Mozart, del Mayer, poi in quella del Beethoven.

Con lui s'inizia e si fonda la grande scuola melodrammatica italiana, che sollevò Vincenzo Bellini e il Donizetti sopra la falange dei minori come Mercadante, Pacini, Lauro Rossi, Luigi Ricci, Pietro Raimondi, ec.

A molto di ciò che il Mayer aveva accennato riguardo alla decadenza della musica a' suoi tempi, ossia alla trivialità o monotonia delle cantilene, alla seccaggine delle cadenze, alle sonate di gola, alla profusione inconcludente dei gorgheggi che distruggono ogni nobiltà melodica, ogni idea di ritmo, allo strazio della prosodia, il Rossini non riuscì certo a porre totalmente argine, ma col Guglielmo Tell affermò e fermò un glorioso risveglio, che ingenuamente si vorrebbe da taluni attribuire al mediocre Zingarelli.

Il Guglielmo Tell è stato chiamato benissimo un capolavoro di pace e di serenità, come Il Barbier di Siviglia lo è di arguzia e di vita. Nel Guglielmo Tell sono solenni gli uomini e le cose. «Per l'elevatezza e la grandiosità — così il Bellaigue — questa musica è ben quella delle montagne; quella dei laghi per la freschezza e la purezza. I misteri delle foreste sono in essa, splendente come il giorno, dolce come la notte. Gli eroi che ha cantato sono morti, l'erba del Ruth non ha conservate le tracce dei loro passi, nè le acque il solco dei loro remi; ma la natura che ha cantato e che rimane, non cesserà mai d'unire alla sua eterna bellezza, la bellezza del capolavoro dove si specchia e si riconosce.»

Nel Rossini trionfò ciò che appunto mancava agli scultori e ai pittori del tempo: la spontaneità, il genio. «Per divenire immortale egli non fece che nascere.» Non è un eroe poderoso e conquistatore nell'indomabile volontà come il Bach, come il Beethoven, come il Wagner; ma una schietta natura, che cantando risponde ad un bisogno innato.