Erano questi i pregiati autografi dei principi d'allora.
Del resto, il trionfo momentaneo delle insurrezioni romagnole e modenesi non riuscì a togliere una vittima alle vendette del duca di Modena. Il quale, fuggendo sul territorio austriaco e ritornando dopo la bufera, ne' suoi dominî, aveva trascinato seco in catene l'infelice Menotti. Il processo aperto da un tribunale statario contro di lui ebbe l'esito che non era difficile prevedere. La mattina del 26 maggio 1832 fu appiccato per ordine dell'implacabile Duca, a cui quell'uomo vivo rappresentava il rimorso d'una politica equivoca.
E questa politica fu anche l'unica, fu l'ultima che desse un qualche rilievo al Ducato di Modena. Il quale era poi cercato con affettata ignoranza sulla sua carta geografica dal re Luigi Filippo, un po' indispettito perchè il principe modenese si fosse impuntato a non riconoscere la sua sovranità. Tempi curiosi, nei quali i principi a cui una rivoluzione riusciva pretendevano essere accettati da sovrani legittimi; mentre poi i principi che in un tentativo di rivoluzione s'erano tuffati credevano disonorarsi riconoscendo principi a cui il tentativo aveva giovato.
Meno feroci, anzi punto feroci, perchè l'ambiente non consentiva ferocia, erano le pressioni esercitate dal gabinetto austriaco sulla famiglia toscana.
Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia la preoccupazione dinastica; ma poichè le miti tradizioni popolari non incoraggiavano tentativi settarî, quel governo cercava mantenersi con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che nel paese sovrabbondavano.
Era, scrive il Tabarrini «la mediocrità in ogni cosa». Sicchè Gino Capponi patíva «le fiere malinconie dell'ingegno inerte e costretto». «Il principato lorenese», afferma Giuseppe Montanelli «faceva degenerare il popolo toscano».
Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich, il quale avrebbe certamente creato delle sètte dove non esistevano, per darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitigò la pena del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore d'Austria a Firenze consegnò un dispaccio ufficiale, in cui era detto che «il Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il delitto».
Per una sommossa di studenti nell'Università di Pisa, il gabinetto austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione, sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza quello della fedeltà politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la facoltà d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccolò Tommasèo. Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli, il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava il Congresso di Pisa come «un'istituzione destinata a travagliar gli animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della rigenerazione italiana».
Sicchè non è meraviglia se la politica austriaca avesse anche immaginato, circa la Toscana, ipotesi più ardite e più avide, quando pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: «Mi spiace dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverrà provincia austriaca». Fortunatamente — guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la storia! — fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina morì, e da un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La «provincia» agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra sovranità.
Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte, ebbe per moltissimi anni la responsabilità principale Vittorio Fossombroni, spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni affare, dicendo: «Il desinare brucia, lo Stato no».