o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa.

III.

Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più degna nella musa popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso volgarucci, non può non colpire il confronto coi canti anteriori: per esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi la diffidenza, come suona la tristezza! «Napoleone, guarda quel che fai!,» comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono il gran dolore delle nostre povere plebi per dover andare a combattere lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana:

Partirò, partirò, partir bisogna

Dove comanderà il nostro sovrano.

Chi prenderà la strada di Bologna,

Chi anderà a Parigi e chi a Milano!

E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un singhiozzo: «Dio, che partenza amara!» E la esclamazione amarissima ci fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta il fiore della gioventù italiana mandata a morire fra i ghiacci delle «rutene squallide spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire alla cara patria lontana:

La vita che mi desti, ecco ti rendo,

poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi tiranni, per «coloro che la uccidevano!»