Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando
Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
Dover sia scritto nella tua risposta.
I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna rassegnarsi:
.... Ti fu tolto un regno.
Deh, nol pianger, mel credi!
A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il vincitore passerà. Quegli è un uom che morrà! — Impotente verso gli altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi. Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide, Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi, Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia:
Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!
Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:
E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo