Sono passati giusto cinquant'anni da quel tragico giorno. Oggi con la santa curiosità del passato interroghiamo quei tempi, che ahimè! sembrano così lontani, quegli uomini ancora viventi o morti da ieri.

Furono troppo idealisti gli uomini e non maturi i tempi e perciò inutili e folli i sacrifizî, e vano il sangue profuso?

Chi della vita ha un nobile ed alto e onesto concetto non deve pensare così.

Rievocando nelle penombre crepuscolari di questa nostra età quelle audacie magnanime, quale rampogna alla nuova Italia esce dai grandi cuori dei padri che nulla chiedevano alla patria, e come santo appare anche ciò che dagli uomini positivi si usa chiamar rettorica quarantottesca!

Sì, rettorica quarantottesca, ma a questa rettorica s'infiammano i difensori di Venezia, i combattenti delle giornate di Milano e di Brescia; per essa gli stranieri ripassano le Alpi, con essa Garibaldi approda a Marsala e l'Italia si unisce tutta al Re, che il popolo amava e voleva.

Oggi ogni senso di patria poesia è distrutto dall'anarchia della cupidigia e della cosa pubblica fatta bottega di vanità, e i rètori eroici han dato luogo a un'altra specie di ignobili retori, quelli della pratica utilità, abili ricercatori del successo materiale, operosi di quel lavoro che converte l'anima in denaro.

Questa Italia che, secondo il concetto ideale del Mazzini, era destinata ad armonizzar cielo e terra, ahimè! troppo guarda agl'interessi terreni. Respublica negotiosa come ai tempi della decadenza romana. E l'assenza di virtù generose nella nostra generazione, credono alcuni che in molta parte dipenda da ciò che la libertà non abbia avuto una preparazione di sacrificio e di dolore. Certamente le rivoluzioni che, come il cristianesimo, non hanno per origine il martirio, non vincono e vincendo non si avvalorano nella purezza del sentimento e nella santa efficacia della virtù. Ma non è vero che siano mancati l'angoscioso patire e il sacrificio acerbo a questa nostra patria. L'idea del nostro risorgimento balenò sulla cima dei patiboli, sui campi di battaglia, sulle carceri, sugli esilî. Da queste dure prove, da questi aspri dolori, sorge vivida ancora la speranza nel futuro e nel genio occulto d'Italia.

L'Italia non può morire, nè può morir quella fede, che pur non rivelando i misteri dell'avvenire, ne avvalora le speranze. La luce dello spirito non ha occaso.

Signori! Sull'estrema vetta delle cose, vicino all'etere luminoso e inaccessibile si fa udire con nuovi accenti l'assioma eterno dell'ideale.

Ed è dappertutto diffuso uno spirito di vita, fatto di aspettazione ansiosa che si rivela alle anime con una voce, la quale dice che non basta solo pensare, ma sentire; non basta osservare soltanto, ma amare, e che la civiltà per essere veramente perfetta deve essere illuminata dalla luce e riscaldata dal fuoco purificatore dell'ideale.