Ad ogni modo, le proteste di Pio IX, le sue meraviglie coi Ministri, ed in ispecie con l'amico più fido, qual era per lui il conte Giuseppe Pasolini, l'aver pure ventilato ora il progetto di recarsi in persona a Milano, le sue promesse di riparare al mal fatto, l'averlo in più modi tentato, cogli uffici ai Ministri dimissionari, affinchè rimanessero, con una chiara allocuzione in italiano per essere ben inteso alla prima, colla missione Farini al campo di Carlo Alberto per assicurare la qualità di belligeranti in piena regola alle sue truppe e ai volontari, colla lettera, tanto celebre, quanto inefficace, all'imperatore d'Austria, tuttociò, se dimostra la sua inesperienza politica, dimostra altresì, mi sembra, ch'egli era forse il solo a credere incoscientemente di non aver fatto tutto il male che gli imputavano, nello stesso modo che non avea creduto coll'amnistia d'aver fatto tutto il bene, onde gli era venuta così gran gloria.

Comunque, questa in realtà è la fine dell'idillio italico-papale!

Da un lato lo sdegno popolare, arroventato dalle vecchie sètte, che rompono la tregua, si muterà ben presto in rivolta; dall'altro la reazione farà forza di remi per ripescar questo Papa, che, Dio sa come, gli era scappato di mano. Tant'è che monsignor Pentini, il quale avea scritta esso l'allocuzione papale in lingua italiana, con cui si volea medicare il cattivo effetto dell'Enciclica del 29 aprile, confidò al Pasolini (e questi n'ebbe poi la prova) che di nascosto del Papa quella buona lana del cardinale Antonelli l'avea sulle bozze di stampa sostanzialmente mutata, facendo il 1º di maggio affiggere sulle muraglie di Roma un documento, che non solo ribadiva, ma peggiorava, se mai, il latino dell'Enciclica.

Siamo in piena commedia dell'arte: Pantalone vittima delle astuzie del suo servo Brighella; ma l'ilarità dura poco, che in un subito tutta Roma è in tumulto; la Guardia Civica frena a stento gli eccessi; Ciceruacchio, mentre i Ministri moderati, bravissime persone al solito, ma che non trovano nulla di più ardito e di più ingegnoso da fare che andarsene, Ciceruacchio è ancora il solo protettore di Pio IX; sorge il Ministero Mamiani, in cui balenò allora, precorritrice di trent'anni dopo, la mezzatinta soave del governo progressista; il Papa è già costretto di commettersi ad uomini, dei quali diffida; Pellegrino Rossi sinceramente si duole che Pio IX «abbia inutilmente sciupato un tesoro di popolarità;» l'Ambasciatore d'Austria invece se ne va finalmente da Roma, fregandosi le mani e dicendo: «ho messo il Papa in tale impiccio, che non ne leverà i piedi mai più!»

La parte più nobile del Ministero Mamiani fu la ripresa delle trattative per la Lega; la più originale il tentativo d'attuare in pratica la Costituzione del 14 marzo.

Nella mente del Mamiani (mente speculativa e letteraria per eccellenza) quell'informe aborto piglia le fattezze estetiche e le dialettiche simmetrie d'un sistema filosofico. Un po' alla volta il Mamiani si persuade che non può darsi anzi più bel modello d'irresponsabilità costituzionale di quella d'un Sovrano, che ha i piedi in terra e la testa in cielo, che collocato in tal regione intermedia fra il mondo di là e il mondo di qua, lassù prega, benedice e perdona, e quaggiù lascia a Ministri, umanamente fallibili e peccatori, la cura delle faccende terrene. Questa posizione a mezz'aria non piacque però a Pio IX, il quale si mostrò sempre ostile e diffidente al Mamiani, fino a sospettarlo ingiustamente di tradimento, e il Ministero Mamiani trascinò la vita in una crisi perpetua, resa ognora più grave dalle condizioni generali d'Italia, per la quale, colla giornata del 15 maggio a Napoli ed il richiamo delle truppe borboniche, colle successive vittorie degli Austriaci, contro i Pontifici a Vicenza, contro i Toscani a Curtatone, contro i Piemontesi a Custoza e a Milano, si chiudeva ormai tutto un periodo della sua rivoluzione e se n'apriva un'altro; si chiudeva cioè il periodo dell'esperimento Giobertiano e si apriva quello dell'esperimento Mazziniano. Il 2 agosto il Ministero Mamiani si dimise; successe fino a mezzo settembre l'interregno d'un Ministero del conte Eduardo Fabbri, durante il quale la dissoluzione organica dello Stato s'andò accelerando sempre più, e il 16 settembre era Ministro Pellegrino Rossi, destinato a rappresentare ed a pagare colla sua nobile vita il supremo sforzo, forse l'ultimo per sempre, di tener uniti ancora Pio IX e il suo popolo, il Papato cattolico e la causa della libertà e dell'indipendenza italiana.

Chi era quest'uomo, che osava tanto e in un'ora così disperata?

Compromesso nell'impresa Murattiana del 1815, avea esulato in Isvizzera; colà avea tenuto alto il nome italiano e, facendosi largo coll'ingegno e gli studi, era salito ai primi onori della repubblica. La sua fama, come scienziato, pubblicista e uomo di Stato era già europea, quando nel 1833 era andato a Parigi, chiamatovi dal Guizot, che gli affidò la cattedra di economia politica nel Collegio di Francia. V'era rimasto fra molto favore e non poche contrarietà, ma le aveva vinte tutte, e nel 1839 era Pari di Francia, nel '44 Ministro di Francia a Roma. Come tale, avea assistito alla morte di Gregorio XVI, ai primordi di Pio IX, e vi avea assistito, fedele interprete della politica francese, ma in pari tempo con quel cuore di patriotta e d'italiano, per cui, rivalicando le Alpi dopo quasi trent'anni d'esilio e rivedendo l'Italia: «ho pianto, diceva egli stesso, come un fanciullo,» e nel 1848 avea benedetto suo figlio, che andava volontario in Lombardia a combattere contro gli Austriaci. Di tuttociò sono documento splendidissimo la sua corrispondenza diplomatica e privata col Guizot e le sue lettere a Teresa Guiccioli, scritte quand'egli, dopo la Rivoluzione francese del febbraio, era rimasto in Roma da privato, nell'una e nell'altre delle quali appariscono tutta la profondità, la sapienza, la finezza, l'eleganza d'ingegno di Pellegrino Rossi, e insieme la grandezza d'animo, con cui considera uomini e cose del suo tempo; qualità tutte, rivelate persino dai vari motti del Rossi, così veri e scultorii, suggeritigli dagli avvenimenti, che gli passano sott'occhi e che ho citati via via per concludere che se si ricongiungono quelle qualità di animo e d'ingegno colla probità laboriosa della sua vita pubblica e privata e collo straordinario ardimento di opporsi solo, e mentre tutti gli uomini più eminenti del partito moderato si ritraggono timidi e sfiduciati, di opporsi solo, dico, alla fiumana reazionaria e repubblicana, che irrompe da ogni lato e salvar Roma e forse con essa l'Italia dalla rovina, Pellegrino Rossi è indubitabilmente il solo grand'uomo di Stato, degno di questo nome, che l'Italia abbia avuto prima e dopo il Conte di Cavour.

V'ha chi oppone ch'egli tentò l'impossibile, e lo tentò, perchè imbevuto di quel dottrinarismo, che aveva appreso alla scuola del Guizot. Senza negare gli errori del Guizot e dello stesso Rossi, confesso che non partecipo punto al disprezzo dei cosiddetti uomini pratici per la dottrina e alle loro ammirazioni per certi estemporanei della politica, che la corruzione del parlamentarismo fa spuntare (purtroppo per noi, che siamo l'anima vilis dei loro esperimenti) sempre più fitti e più solleciti che mai. Che se il Rossi tentò l'impossibile, dirò che l'impossibile tenta appunto, come una fata morgana, ingegni ed animi pari al suo. Gli altri (oh non ne dubito!) preferiscono serbarsi ad occasioni più facili.

Comunque, ch'egli tentasse l'impossibile non dovette allora essere in tutto l'opinione de' suoi avversari, se per fermarlo ai primi passi non trovarono altro mezzo che ucciderlo e ucciderlo prima (fu una delle grandi preoccupazioni degli assassini e dei loro mandanti) e ucciderlo prima che egli aprisse bocca nel parlamento, da lui riconvocato pel 15 novembre 1848.