Di questo brutto apparecchio il Rossi fu informato. Stette un momento sopra di sè, poi disse: «che si fa? bisogna andare!» Mandò l'ordine ai Carabinieri di muoversi dalle caserme, ma pare non giungesse in tempo. Al tocco il Rossi salì in carrozza col suo segretario per le finanze, Pietro Righetti, al quale, montando, disse: «se non ha paura, salga pure!» Nessun altro, nessun ministro (si noti) l'accompagnò, e così si mosse dal Palazzo della Consulta.

Alla Cancelleria intanto l'irrequietezza e l'agitazione fra quella masnada di legionari andavano crescendo sempre più. I Deputati arrivavano spicciolati ed entravano senza destare attenzione. Uno solo, suscitò gli applausi dei gruppi di legionari, Pietro Sterbini, che passò salutandoli, e di cui Marco Minghetti dice ne' suoi Ricordi: «pochi uomini ho conosciuto più rei d'intelletto e d'animo, e più orrendi di faccia.»

A un tratto due legionari, accorrendo dall'angolo di via de' Baullari, dicono ai compagni: «eccolo! eccolo!» Una carrozza s'avvicina, ma altre voci: «non è lui! non è lui!» Era la carrozza del Ministro di Spagna. Il furore nei gruppi di legionari aumenta a vista d'occhio; s'odono alcuni: «sta' a vedere che non viene questa carogna! Dovrebbe avere paura!» In quella giunge la carrozza del Rossi. «Eccolo, si grida, è lui! Dentro! Dentro!» I legionari rientrano tutti di botto e si dispongono di qua, di là, presso la scala; alcuni sui tre scalini, pei quali si monta ad un largo pianerottolo. La carrozza, rallentando, entra nell'atrio in mezzo a un grande silenzio, si ferma dinanzi alla scala e il Rossi si dispone a scendere. Allora prorompono urli e fischi: «Morte! Abbasso! Ammazzalo!» Egli guarda intorno fiero, imperterrito, s'avvia, e sale il primo scalino. Le due file dei legionari, che l'hanno lasciato inoltrarsi, gli si rinchiudono dietro e lo separano dal Righetti. Nel tempo stesso mentre il Rossi sale gli altri due scalini, qualcuno l'urta a destra, egli si rivolta sdegnoso, e da sinistra un altro gli immerge un coltello nel collo. Trenta, quaranta braccia s'alzano nello stesso istante per nascondere ciò che accade; sulle spalle del feritore alcuni gettano un cappotto da Guardia Civica e scompaiono con lui per una porticciuola di fianco; altri accorrono al portone del palazzo e trattenendo la folla, che si protende innanzi e interroga agitata, curiosa: «niente, niente, rispondono, fermi! Non è niente!» Il Rossi, raggiunto a gran pena dal Righetti, gli era caduto fra le braccia e trasportato nelle stanze del cardinale Gazzoli, pochi minuti dopo e senza profferir parola era spirato.

Al di fuori la folla si diradò quasi subito. Nella Camera dei Deputati, che erano scarsissimi, alla prima eco degli urli e dei fischi, al primo annunzio d'un attentato al Rossi parecchi, il Minghetti, il Fusconi, il Pantaleoni, uscirono per portar soccorso, altri non si mossero dai loro scanni, il Presidente Sturbinetti fece leggere il verbale: apparenza d'impassibilità da Senatori Romani contro i Galli di Brenno; vigliaccheria solenne in realtà, che neppure osò alzar la voce a maledire l'assassino.

Ma che dico maledirlo? Nessuno lo inseguì, nessuno lo cercò, nessuno seppe chi era, nessuno si curò di saperlo e per parecchi anni nessuno lo seppe, o chi lo sapeva non lo disse.

La stessa sentenza del 17 maggio 1854 che per l'assassinio del Rossi condannò a morte Luigi Grandoni e Sante Costantini, altri due alla galera a vita, altri tre a vent'anni, quantunque lo annoveri fra i sorteggiati per compiere il delitto, non lo nomina più neppure fra i correi contumaci. Nello stesso famoso Sommario processuale del giudice Laurenti, che, prima dell'esame diretto delle sedicimila pagine del processo fatto dal valentissimo Giovagnoli, era la sola fonte a cui ricorrere, l'assassino vero del Rossi è una figura, su cui l'istruttoria trascorre sempre disattenta, e sì i processanti, che i giudici sembrano ignorare che alla data della chiusura del processo e della sentenza l'assassino vero era già morto da circa cinque anni. Esso fu Luigi Brunetti, il figlio maggiore di Ciceruacchio!

Quanto alla preparazione del misfatto, le conclusioni del Giovagnoli sono che i complotti furono due, l'uno di vecchi settari della Carboneria, in cui sarebbe stato deliberato; l'altro di non più che sette sicari, scelti fra i reduci di Vicenza della Legione Romana.

Allo Sterbini, al Ciceruacchio e agli altri capi del moto rivoluzionario, che poi finì colla repubblica del Mazzini, non dovette parere che il moto fosse ancora maturo; erano incerti ancora del contegno della truppa e della Guardia Civica; erano una frazione audace, pronta a tutto, ma frazione pur sempre; temettero forse gli strascichi della grande popolarità di Pio IX, forse una reazione nella capitale stessa e nelle provincie; tant'è vero che l'esperimento procedette per gradi, ed ucciso il Rossi, eliminato cioè l'ostacolo maggiore, la sera stessa del 15 novembre atterrirono la città, percorrendola al chiarore sinistro di faci in una specie d'orgia selvaggia, cantando a squarciagola l'orribile ritornello:

Benedetta quella mano,

Che il Rossi pugnalò,