Chè tra Erode e Pilato, Anna e Caifasso

Io, er Papa dirà, me chiamo gesso;

Cor una mano scrivo e l'antra scasso.

Ed anche il grande satirico toscano lo scusa:

Col parapiglia di questi anni addietro,

Oh remerebbe adagio anche San Pietro!

Se non che il Radetzky a Milano s'incarica esso d'accentuare le provocazioni del Metternich, fors'anco al di là delle intenzioni del principale; al Viva Pio IX la soldatesca austriaca risponde a fucilate; si massacrano vecchi, donne, fanciulli; sono quelli, che Massimo d'Azeglio chiamò i lutti di Lombardia; ed in Roma nella stessa protesta vedete uniti i nomi di Ciceruacchio e di Marco Minghetti e nella stessa chiesa a pregar pace alle anime delle vittime, democratici e consultori di Stato, la bizzarra principessa Belgioioso e la saggia contessa Antonietta Pasolini.

D'ora in poi gli eventi non si seguono più, ma s'accumulano, s'accavallano, come le onde d'un mare in tempesta, nè bastano neppur più le date a distinguerli, perchè esse pure si rincorrono, e si confondono le une sulle altre. Palermo insorge il 12 gennaio 1848; il 29 il Borbone di Napoli dà la costituzione; l'8 febbraio l'annuncia Carlo Alberto; il 17 il Granduca di Toscana; il 22 Parigi caccia gli Orléans e proclama la repubblica; il 13 marzo la stessa fedelissima Vienna insorge e manda a rotoli quell'onniveggente Principe di Metternich, che era persuaso d'aver imbrigliato il mondo per sempre; il 18 marzo Milano, e dopo una lotta eroica caccia gli Austriaci; il 22 Venezia, e l'Austriaco Zichy si perde d'animo dinanzi a un filologo e a un avvocato, a Tommasèo ed a Manin; il 29 marzo Carlo Alberto passa il Ticino.

Mi fermo, signore, chè non abbiate a dire che io sto compilandovi un calendario. Ma appunto questa ressa incalzante di date, questa rapidità vertiginosa di eventi sono la caratteristica principale di questo tempo e spiegano meglio di molte parole il delirio, la febbre, il tumulto, che investono, sconvolgono e trascinano tutto e tutti. In men di tre mesi l'Italia è costituzionale, la lotta per l'indipendenza è cominciata, l'Europa è in fiamme.

Pensate ora quello che doveva passare nell'animo di Pio IX, nell'animo di quel povero curato di campagna, quando, contemplando dall'alto del Quirinale l'universale pandemonio, che gli turbinava dinanzi, e rientrando in sè stesso, doveva dirsi: «e sono io, proprio io, che ha dato le mosse a tutto questo! tutti questi popoli si rovesciano l'uno contro l'altro, acclamando il mio nome! sono io la prima favilla, che ha fatto divampare questo incendio!»