E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'ultimatum: la Camera si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»

E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza, egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento italiano lo consacrava Re d'Italia.

***

Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva divinato nelle stupende pagine del Rinnovamento Vincenzo Gioberti, lo aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo: e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi. Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva. Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco perchè questa gloria è immortale.

NOTA:

[1]. Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le général Blondel. Paris, Imprimerie Impériale, 1863.

[ INDICE]

[Federazione e Unità]Pag. 5
[Gli eroi della Rivoluzione]41
[Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino]75
[Il Re galantuomo]105