L'OPERA DI CAVOUR
CONFERENZA
DI
EMILIO PINCHIA.
Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture sugli Eroi, presentì la disputa che, colorandosi di scienza, si avvivò, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini, ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarità fisiologiche, ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo.
Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende imperterrito ai misteri della psicologia.
Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perchè le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide!
Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai nostri critici un grande uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che è un prodotto del tempo.»
Il tempo!
Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, non voleva sopraggiungere.
Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,[1] quasi fatidica, di fronte alla figura del conte Camillo Benso di Cavour.