Come de' nostri Cari, che la morte c'invola, tornano a noi le imagini fatte più auguste e serene, e non i loro momentanei sviamenti, e gli sdegni fuggevoli, ma ci stanno dinanzi, in pura luce, le virtù, che al viver loro furono guida ed inspirazione; così de' secoli discesi negli ipogei della Storia, le età successive raccolgono in eredità la parte positiva e migliore, e quella come sacra eredità si trasmettono.
Perciò, quando, con armi ed arti diverse, sorgerà in cospetto all'Europa un nuovo Filippo II, Olanda e Spagna, testè nemiche da parere irreconciliabili, s'armeranno l'una per l'altra, e coll'Olanda, la Svezia muoverà contro quella Francia, ch'era stata sì lungamente alleata sua contro l'Impero. Le armi dell'Impero concorreranno esse medesime a difendere da Luigi XIV il nuovo Diritto, sancito a Munster e ad Osnabruok.
VIII.
Quale la condizione, quale la parte dell'Italia in un'Europa siffatta?
Lo abbiamo accennato già prima; la Pace di Gateau Cambrèsis abbandonava l'Italia alla Spagna dominatrice; e, pareva, senza riparo o difesa. Venezia aveva sulle braccia la forza navale de' Turchi, e, per schermirsene, bisogno dell'alleanza Austro-tedesca e dell'Austro-spagnuola; il conflitto colla Riforma legava ad entrambi i rami d'Habsburgo, ma più particolarmente all'Austro-spagnuolo, il Papato; comprati a Spagna col Monferrato sino dal 1535, e come la Repubblica genovese, tenuti in fede dalla paura delle poco platoniche ambizioni savojarde, i Gonzaga; fatti cosa tutta spagnuola, con in mano di Spagna quel mirabile Alessandro, che di soli diciassette anni aveva effettivamente partecipato alla battaglia di San Quintino, i Farnesi; legati a Spagna, per la nemicizia cogli Strozzi e co' Francesi, e pel vassallaggio di Siena, i Medici; imbrigliata dalla nimistà de' Gonzaga, da quella di Genova, Casa Savoja; fatte così ausiliarie alla dominazione spagnuola in Italia le nimistà, le gelosie, le reciproche paure italiane.
Nè, in paese così diviso politicamente, poteva esser segnacolo comune di riscossa, una qualsiasi dissidenza religiosa dalla potenza dominatrice. I parziali moti, i conati individuali non contano; l'Italia era rimasta cattolica, più assai che per meditato e cosciente convincimento, per quella gioconda indifferenza verso i grandi problemi religiosi, ch'era una fra le più infelici conseguenze del Rinascimento; gli effetti, del resto considerevoli assai, della contro-riforma o rimbalzo cattolico, bastavano ad acquietare le coscienze di coloro, pe' quali in qualche cosa altro, che nelle estrinseche pomposità del culto, consisteva la Religione.
Ogni comune centro di vita, ogni vessillo, sotto cui tutta si fosse potuta raccogliere ad impresa che, per la mole dell'avversario, e per la sua situazione nella Penisola, tutte avrebbe richieste le forze della Nazione, mancava dunque all'Italia. Si portavano ora, nel servaggio, le pene delle antiche colpe. Le forze abusate e sfrenate, le idee, con colpevole leggerezza sfatate, mancavano all'opera del riscatto, più per la difficoltà di adattare ad essa una disciplina, che per reale esaurimento delle energie nazionali, che inquiete s'agitano, anzi, si sviano, e traviano; mancava, e questo era il peggio, a una gran parte di quella Nobiltà, senza la quale Popoli o Dinasti nulla in tale età avrebbero potuto tentare, la misura del vilipendio, in cui s'era lasciata cadere la Patria; della Patria stessa e della dignità propria s'era oscurata l'idea negli animi, compri dalle bugiarde onorificenze e da' ciondoli, che tanta bile muovevano all'Autore, qualch'egli sia, delle Filippiche, e a quello della Pietra del Paragone Politico.
E ogni giorno arrogeva al danno. Non m'attenterò a rifare il quadro, che con mano maestra fu condotto da Alessandro Manzoni, della impotenza arrogante, della insipienza presuntuosa, con cui gli Spagnuoli sgovernavano il Ducato di Milano. Da quello, ben noto, può ciascuno argomentare qual si fosse la condizione dei Regni meridionali; dove, avendo meno da temere di Potentati vicini, i quali degli errori spagnuoli e del malcontento eccitatone facessero loro pro, la rapacia, e la insolenza spagnuola si sfrenavano bene altrimenti; e dove la mole dell'ufficio alle ree loro mani commesso, e le forze di cui disponevano, inanimavano i Vicerè o a farsi belli a Madrid con più feroci esazioni, o ad assumere in esizio dei popoli miserrimi, e a sodisfacimento di loro ree cupidigie, gli atteggiamenti d'una indipendenza, che taluno fra loro sognò, forse, completa. E ben potevasi sognare in Napoli dal duca d'Ossuna, una corona indipendente se, nel dimezzato Ducato di Milano, il governatore Fuentes aveva potuto rifiutarsi di mandare in Fiandra i 30000 soldati, che, finito l'affare di Saluzzo tra Enrico IV e Carlo Emanuele I, gli si ridomandavano dal suo Sovrano. Ai moti, che nel Popolo la fame e la tracotanza degli esattori destò, la Nobiltà venne meno, dedita, più che in altra parte d'Italia, a Spagna, che la pasceva di vento; tenera de' fumosi privilegi, e, per la varietà delle origini sue, difficile a consentire in un unico simbolo. Di volgersi a un Principe italiano, nè Grandi, nè Popolo avrebbero fatto il pensiero, chè saria parsa loro dedizione di loro autonomia, assoggettamento di Provincia vassalla a Stato sovrano; Principi chiamati di fuora, come i Guisa, avrebbero avuto per sè, sola quella parte che risaliva ad origini francesi, o a spagnuole. In Sicilia le rivalità feroci tra Messina e Palermo, e nella stessa Messina le opposte fazioni di Malvezzi (liberali) e Merli (assolutisti) guarentivano a' Re spagnuoli la inanità finale d'ogni risentimento, meglio e più che un esercito.
Meno nota in genere, perchè difficile a cogliersi in un prospetto sintetico, più lunga a narrarsi, che non paia consentito dalla relativa picciolezza di certi eventi, la condizione de' Principati, cui rimaneva dopo il 1559 un'ombra di indipendenza.
D'essi, alcuni erano Dinastie recenti; come Farnesi e Medici; altri di recente, dopo procelle terribili, tornati in Stato, come casa Savoja; altri, infine, oltre le italiane, avevano sulle braccia faccende di gran momento fuori d'Italia, come il Papa e Venezia. Si trattava per loro di assicurarsi con una buona amministrazione la tranquillità interna; d'evitare all'interno ed all'estero conflitti, ne' quali il recente o il rinnovellato edifizio fosse posto a troppo duri cimenti, od offrisse opportunità all'altrui cupidigia sempre sollecita e intraprendente.