Chè se i Lombardi, calpestati, dissanguati dagli Spagnuoli, delle vittorie savojarde si contristavano e si querelavano a Madrid, resta agevole intendere le fiere ripugnanze di Genova repubblicana contro le monarchiche insidie di Carlo Emanuele; intendere come co' Sovrani loro consentissero i Popoli in quelle gare di precedenza, che fecero, anche dopo la coronazione di Cosimo I Granduca, spargere tanti fiumi d'inchiostro, e minacciarono fare spargere fiumi di sangue fra Estensi e Toscani; intendere il furore della guerricciuola fra Lucca e gli Estensi, omai ridotti a Modena e Reggio, per la Garfagnana. E s'intende per questo modo quel correre addosso a Carlo Emanuele per vietargli l'acquisto del Monferrato; e quella suprema vergogna del lasciarlo solo, quando, non più pel Monferrato, ma sosteneva la guerra con Spagna, ed a quella invitava, come a debito loro, gli altri Principi d'Italia, per la indipendenza italiana, ch'egli ad un modo e quei Principi intendevano a un altro, e stimavano forse minacciata non meno che dalla Spagna, da lui, che della eventuale vittoria avrebbe raccolto in aumenti territoriali il massimo frutto. Il fatto è che mentre per la Francia, per la Spagna, per l'Austria, contro i Turchi, contro i sollevati Fiamminghi, contro gl'Inglesi troviamo a combattere volontarî di varie parti d'Italia, e taluni, per vero merito militare, ne' primissimi gradi, niuno ne troviamo con Carlo Emanuele in quella, che a lui sembrava guerra d'indipendenza nazionale; a troppi altri guerra di mero interesse dinastico. Degli altri Stati italiani lo Stato ecclesiastico, arrotondatosi cogli incameramenti di Ferrara e d'Urbino, protetto dalla maestà della Religione, e sperante da uno sconquasso degli Spagnuoli un incremento d'influenza sul Regno meridionale, si mostrava il meno geloso de' possibili ingrandimenti sabaudi. Gli errori e le colpe del Governo pontificio, che tanto contribuirono a far possibile la unificazione italiana, gli sono stati rimproverati abbastanza; è ufficio della Storia veridica ed equanime il riconoscere che, nè alla indipendenza d'Italia, nè all'ufficio di potenza moderatrice e conciliatrice, cui i Papi aspiravano fra gli Stati italiani, nocquero i predetti incameramenti d'Urbino e di Ferrara, nè il nepotismo politico, di cui furono frutto i Medici ed i Farnesi, e avrebbe potuto esser frutto un principato Barberino od Aldobrandino di Valtellina. Le generose illusioni sono da rispettare; e la difesa, che delle loro libertà repubblicane fecero Firenze e Siena, onora i Fiorentini, i Senesi, l'Italia; ma erano illusioni! Se la Lega, che il Burlamacchi sognò più tardi, si fosse potuta stringere cinquant'anni prima, se la voce di Pio II e di Paolo II non fosse andata perduta fra i pettegolezzi delle Repubbliche e delle Signorie tuttora immuni da contagio straniero, Firenze, che fu percossa da' grossi cannoni forniti agli Imperiali da Siena; Siena che cadde sotto le armi di Firenze collegate alle Spagnuole, avrebbero combattuto effettivamente per conservare i loro ordinamenti repubblicani; ma nel 1530 per Firenze, nel 1554 per Siena, si trattava, non già di rimanere Repubbliche o di diventar Principati; sibbene d'essere o Spagnuole o Medicee, e fu gran ventura che rimanessero a' Medici; gran ventura che tornasse a' Farnesi Piacenza.

S'intende che qui si risguardano il nepotismo e i suoi effetti sotto il rispetto della politica positiva italiana; non sotto quello più generale de' morbi, da cui giova sperare che la catastrofe del Poter temporale sia per far monda la Curia romana.

Ai torti del Papato temporale nella guerra Barberina, bruttissima, fanno contrappeso, durante il secolo, che ho cercato ritrarre nel suo complesso, meriti religiosi e civili non piccoli. Pio IV, forse soverchiamente severo agli orgogliosi Caraffa, mentre, animato dal nipote Carlo Borromeo concludeva il Concilio di Trento, fortificava contro i Turchi, sbarcati testè a Manfredonia, la città Leonina, Ancona, Civitavecchia; aiutava pur contro a' Turchi di denaro, di navi, di gente, Malta e l'Impero; ampliava il Vaticano; ornava Porta Pia. Pio V, oltre il sagace ardimento d'avere, colla incoronazione, contro le proteste del Corpo germanico, contro le rinforzate guarnigioni spagnuole, ed i clamori d'Este e Savoja, contribuito alla autorità e grandezza di Cosimo, che purtroppo consegnavagli il Carnesecchi, ma dava puranco galere per le guerre turchesche; ed oltre l'accorgimento con cui difese contro le insidie di Don Giovanni d'Austria la libertà genovese, ha il merito sommo d'avere, nonostante tutto il malvolere di Filippo II, menata a conclusione la gran Lega cristiana, e preparata quella battaglia di Lepanto, mercè la quale, sebbene non se ne raccogliesse a gran pezza ogni debito frutto, si protrasse la vita, e vita non tutta ingloriosa, a Venezia. Se pur non è più giusto il dire che quella Lega, come l'altra, che più tardi Innocenzo XI Odescalchi stringeva fra l'imperatore Leopoldo e re Giovanni di Polonia, salvassero per secoli dalla barbarie turca la civiltà cristiana.

La fama popolare predica ancora flagellator grande di banditi, e severo riordinatore dello Stato Sisto V. E meritamente invero; quantunque i buoni effetti dell'opera sua non durassero tutti, e gl'inquieti spiriti di certe popolazioni italiche tornassero a prorompere nelle geste epicamente brigantesche di quel Battistella, le cui imprese nella Maremma grossetana finirono solo quando la Spagna n'ebbe prese a' suoi stipendî le masnade nello Stato de' Presidî; o di quel Marco Sciarra, arcifamoso, che, dopo fatta contro a Pontificî e Toscani vera e propria guerra guerreggiata, finì al soldo de' Veneziani, mandatone, pe' giusti reclami di Clemente VIII, a militare in Candia. Co' quali, tra i prosecutori ed eredi di Ghino di Tacco, che il confine ecclesiastico e toscano fecero teatro d'imprese vive pur troppo ancora nella memoria e nella imaginazione del popolo nostro, convien noverare quell'Alfonso Piccolomini duca di Marciano, che prima negoziò col Papa da potenza a potenza la consegna del suo complice Pietro Leoncillo, poi, vinto da' Toscani in battaglia campale, a San Giovanni in Bieda, era da Ferdinando I, reclamandolo invano i Tribunali ecclesiastici, fatto impiccare.

Ma, per tornare alla politica italiana de' Papi, se lo zelo intemperante di Paolo V dette luogo alla nota contesa della Repubblica veneziana, restano ad onore suo e d'altri Papi le sapienti ed efficaci sollecitudini loro per tutti i Principi italiani, ed in specie quelle d'Urbano VIII per Carlo Emanuele I; ch'egli chiamò replicatamente “Onore d'Italia„ “Difensore della libertà italiana.„ Poichè, infine, a quel più di “libertà italiana„ che i tempi lasciavano allora sperare, indirizzarono i Papi la loro azione politica: e la egemonia, alla quale aspiravano sugli altri Stati italiani, si esercitò tutt'altro che in detrimento di questi.

Del resto, questi piccoli Stati, che unirsi ad impresa di comune indipendenza contro la Spagna non seppero o vollero mai, per una troppo gelosa cura di loro autonomie e precedenze; che insensibilmente declinarono col declinare di lor dinastie locali, presto degenerate; potevano tutti, al precipitar della mole spagnuola dire, come quell'uomo di Stato francese al cessar del Terrore: Ho vissuto! E l'aver vissuto, l'aver saputo vivere quando, morendo, sarebbesi fatto luogo a un incremento di dominazione straniera, di dominazione obbrobriosa, corruttrice, rapace, era già qualchecosa.

Ma se i singoli Stati italiani s'erano ridotti a vivere nel più modesto significato della parola, il pensiero italiano visse nel significato più alto e fecondo. Affermando contro la pervadente Teologia i diritti della Scienza, separando dal campo della Fede quello dell'esperienza e del raziocinio, contrapponendo alle fole di uno pseudo-aristotelismo i procedimenti del metodo sperimentale, Galileo Galilei recava alla famiglia umana beneficio di poco minore da quello, che le aveva recato la libertà di coscienza.

E di che vita fremessero ancora, non ostante le vecchie colpe paesane e la ignorante oppressione straniera, le viscere della gran Madre Italia, ben si pare dalla perseveranza e dal coraggio con cui, in nome della Verità scientifica, Gentiluomini, a' quali le vie dilettose de' facili onori erano aperte, Scienziati che dovevano, fatti nuovamente discepoli, disdire sè stessi, affrontarono le contrarietà, gli scherni, e le minaccie di peggio; si pare da que' luoghi del Galilei, e degli altri scrittori della sua scuola, ne' quali l'animo loro, commosso a portenti di che erano o ritrovatori o testimoni novelli, chiama a Dio, che di tanto dono li aveva privilegiati.

Nè già potevano essi allora prevedere, o solo in parte assai piccola le applicazioni, che della verità per essi certificata sarebbersi fatte alla industria, con aumento di comodità a' men privilegiati dalla fortuna, e con appressamento della umana famiglia a quella æqualitas, che San Paolo auspicò, e alla quale è preciso debito nostro il cooperare colla parola e co' fatti. Ma amore del Vero li scaldava; del Vero per sè medesimo, supremo Bene dell'anima umana dal quale, non cercati, non sperati o intraveduti talvolta, tutti gli altri Beni derivano; perocchè a ogni ordine d'umano pensiero, opera, affetto, si convenga quell'evangelico: “Zelate la giustizia ed il Regno di Dio, ed il resto verrà da sè.„

Lacera, conculcata, travolta dagli errori e dalle colpe proprie, e da necessità poco meno che ineluttabili, la Patria nostra aveva, pure nel secolo per lei sì melanconico, che dalla pace di Cateau Cambrèsis va a quella de' Pirenei, recato alla universa civiltà il cospicuo suo contributo.