Dell'artefice suo la vïolenta
Opra non vive!„
Filippo potè vedere cogli occhi proprî i primi vacillamenti ed i crolli dell'edificio, ch'egli aveva reputato imperituro; cogli occhi proprî, facendo accortamente buon viso a cattiva fortuna, vide rientrare ne' porti spagnuoli i miserabili avanzi dell'Armada, ch'erasi predicata invincibile; dovette egli, che aveva steso allo scettro di Francia, caduto, e non senza sua colpa, nel fango e nel sangue, l'artiglio rapace; e s'era lusingato d'avere almeno a porlo nella mano della figlia prediletta, d'un genero, alla peggio in quella d'un usurpatore per necessità legato a lui; dovette egli segnare la pace di Vervins, che quello scettro fermava in pugno al Monarca più odioso a lui dopo la Tudor, e contro al quale aveva scatenato tante ire e papali e granducali e duchesche. E morendo poco appresso, dovè portarsene nel paventato oltretomba il presentimento che, allettate invano colle tarde promesse d'una fallace e malsicura autonomia, le Fiandre erano sfuggite per sempre alla signoria degli Habsburgo.
L'orgoglio forse gli fece velo ad intendere e pesar tutti i danni di quella Spagna, che Carlo V gli aveva trasmesso in parvenze così floride. Non misurò il vuoto, che la migrazione de' più audaci, e intraprendenti a cercar repentine fortune in America lasciava nelle campagne, con ruina, irreparata sin qui, della pastorizia e della agricoltura; non quello lasciato da' Mori, traenti seco nella loro fuga al Marocco la industria delle pelli e delle armi; o da' Protestanti, che all'ospitale Inghilterra portavano, migliorata nel trapiantarsi, la industria de' tessuti; non lo svilimento de' metalli preziosi, che recati in copia, madidi di sangue e di lacrime, dal Nuovo Mondo, mal bastavano a comprar fuori i prodotti un tempo dalla Spagna esportati; nè capì, pago a noverare i monasteri e le chiese, a misurare gli amplissimi latifondi ecclesiastici, quanto la sua ipocrisia feroce aveva nuociuto alla nobile indole degli Spagnuoli; quante calunnie e quanto odio aveva accumulato su quella Fede, cui toccò, fra le altre, la sventura d'esser professata e protetta da lui.
II.
Colla morte di Filippo II, e coll'avvento d'Enrico IV in Francia, pare d'un tratto che un incubo letale siasi tolto di sul cuore all'Europa, e che, alleggeritane, l'Umanità si avvii più spedita a' suoi migliori destini.
Se il gran disegno avesse proprio toccato la perfezione di quella Repubblica Cristiana che, benedicente, o almeno annuente il Papa, sarebbesi, per le armi d'Enrico vittoriose su' due rami d'Habsburgo, formata confederando, con leggi certe e pacificatrici, Germania, Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Spagna, Francia, Regno di Lombardia, Venezia, Stato Pontificio con Napoli, Repubblica italiana comprendente Toscana, Genova, Lucca, Parma, Mantova, Modena (federazione di federazioni), non potrebbesi con piena sicurezza affermare, quanto a' particolari; ma del concetto, in genere, fanno fede molte testimonianze contemporanee, pubblicate e diligentemente illustrate in tempi prossimi a' nostri. Ad Enrico IV, dunque, che certo non aveva letto il De Monarchia di Dante, spetta l'onore d'avere ammodernato e tratto quasi dal campo delle remote speranze in quello della politica pratica quel concetto degli Stati uniti d'Europa, cui sospirava il grande Poeta sociologo, ed a cui, mutato l'estrinseco, intendono, fra tanto clangore d'armi, e mentre echeggia ancora in Europa l'urlo di codarde stragi impunite, non pochi nobili cuori, fatti pensosi de' moltissimi, cui il luccichìo delle parate militari costa lacrime e stenti diuturni.
Ma i destini d'Europa e del mondo civile non erano, e di gran lunga, ancora maturi.
“La sacra vita
Del quarto Arrigo un empio spense;„[1]