Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi, prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti; e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, non pure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel 1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale; e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato, rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava al mondo le cose vedute: “Sidereus Nuncius, Il messaggero del cielo stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico Matematico dello Studio di Padova, mediante l'occhiale testè ritrovato da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio, che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso medesimo il centro d'una circolazione. Nel Messaggero, od Avviso sidereo, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio, “il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„, divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpo gli apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione; sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario, dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro, le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il principio delle cose supremo, poteva in quella maravigliosa rivelazione riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio; — allora dalla vivace e pittoresca latinità del Nuncius Sidereus corriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„

Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato, dalla cattedra e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristoteliche sulla faccia della Luna, sulla Via Lattea, sul Denso e 'l Rado, preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie: le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore), sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto, e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome “valoroso compagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine: ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa del Nuncius con una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico: Galilæe, vicisti! (o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio: e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.

V.

Ma intanto le Stelle Medicee, proprio esse, lo riconducevano, non con propizio influsso, in Toscana. Non trattenuto dalla conferma a vita fattagli con abbondante stipendio dal Senato Veneto; non dalla affettuosa venerazione che in quella sua miglior patria lo circondava; non dall'amicizia di alti e liberi intelletti, il Sarpi; di nobilissime anime, Gianfrancesco Sagredo; non dall'avere Venezia e Padova dato a lui le ebbrezze dell'amore e le cure soavi della paternità; Galileo, che alienatosi dallo Studio di Pisa aveva bensì conservate co' propri Principi, e alimentate d'anno in anno nel suo recarsi a Firenze, relazioni non pur di suddito ma di scienziato, in quello stesso anno 1610 rinunziava alla cattedra padovana, e accettava da Cosimo II, recente successore di Ferdinando I, l'ufficio e il titolo di “Primario Matematico dello studio di Pisa e Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana.„ Tale era da qualche tempo (come il cuore degli uomini è a' loro danni irrequieto!) la segreta ambizione del sommo filosofo: aveva preso a stancarlo la cattedra, lo allettava la Corte; e in capo a questo precoce riposo dalle fatiche dell'insegnamento, negli agi d'una condizione indipendente dal servigio pubblico, travedeva egli la comodità di attendere alle grandi opere il cui disegno gli occupava la mente, e i modi più efficaci di assicurare al suo pensiero la combattuta via della conoscenza e del consentimento fra gli uomini. Non era certamente (e come avrebbe potuto essere?) una volgare ambizione la sua: il che non toglie però che la Corte, questo barbaglio adescatore di cuori e d'ingegni, delle cui illusioni la grande e tragica vittima era stata pochi anni innanzi Torquato Tasso, la Corte, prima quella di Mantova (ed erano state pratiche vuote d'effetto), poi quella della sua Firenze, attirasse anche questa grande anima di pensatore, vincolasse a sè l'opera di questo spezzator di catene. A tali disposizioni dell'animo suo non fu certamente estraneo il pensiero di denominare dai Medici quelle stelle, che meglio avrebber portato il nome stesso del loro rivelatore: e fu certamente questo omaggio, graditissimo al giovane principe già suo alunno, che affrettò la conchiusione alla pratica del suo rimpatriare. Tornava Galileo a Firenze, lieto (sono queste le sue parole) “di non più servire al pubblico„ dalla cattedra, di non dover più nel privato insegnamento “esporre le sue fatiche al prezzo arbitrario d'ogni avventore„: lieto della comodità a' propri studi, che “solo un principe assoluto poteva dargli„, e di aver così “messo il chiodo allo stato futuro della vita che gli avanzava„. “Condurrò a fine tre opere grandi che ho alle mani„ (due di queste erano certamente i Massimi Sistemi e le Nuove Scienze): “darò forma ai segreti particolari, de' quali ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce ed ha sempre nociuto: conferirò a Sua Altezza tante e tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha delle maggiori; delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero: magna longeque admirabilia apud me habeo; grandi e altamente ammirabili cose ho io presso di me....„ Ahimè, non pensava il povero grand'uomo, che diciotto anni innanzi, tanto meno glorioso, la Repubblica Veneta lo aveva ricevuto onorevolmente, senza infliggergli l'affanno di tante profferte; non gli si affacciava alla mente che quella libertà filosofica, per la quale il Keplero, facendosi incontro a' suoi timori, gli si era esibito, avrebbe all'occorrenza trovato tanto più valida e già da altri sperimentata protezione nell'invisibile e paventato braccio di San Marco, che dallo scettro gemmato d'un principe. Il suo Sagredo rimpiangeva l'immensa perdita che esso e gli amici avean fatta; gli augurava felicità con parole piene, verso il nuovo padrone dell'amico, di veneta ossequente magnificenza; ma, con l'occhio proprio altresì di que clarissimi, gli rammentava “la libertà e monarchia di sè stesso„, le miserie cortigiane, e per ultimo i pericoli, diciamo con una sola parola, teologici, disegnandogli come in lontana prospettiva la sinistra figura, dal veneto orizzonte sbandita, dei Gesuiti.

VI.

I Gesuiti, la forte e compatta e valorosa milizia della Curia Romana dopo la scissione della unità della Chiesa; il sodalizio che ne' nuovi tempi proseguiva, con modi secondo l'età diversa mutati, quell'impero sulle menti e sui cuori, che altri ordini religiosi di tutt'altro stampo avevano esercitato nella età media; non derogarono neanche questa volta al loro istituto, di seguire attentamente e far suoi, adattandoli a' propri intendimenti, i portati dell'umano intelletto, tenersi in prima fila nel procedimento della scienza verso la verità, e, a tutti gli effetti, disciplinarlo. Così è che nella primavera del 1611 noi troviamo Galileo, qui in questa loro poderosa cittadella, assistere, festeggiato e acclamato, alla lettura d'un Nuncio Sidereo del Collegio Romano, in persona del quale il padre Clavio e i suoi valenti discepoli parlavano latinamente agli uditori in tal forma: — Essere condizione degli uomini il dubitare della verità delle grandi scoperte; le prime e più frettolose notizie voler essere confermate dalle posteriori, che arrivino magari a piè zoppo. A confermar quelle recate pel mondo dal Messaggero di Galileo, eccomi qua io, secondo corriere, ancor io dalle stelle, che vi riferisco ed attesto il veduto palesemente da noi. — Ciò avveniva dopo che essi medesimi, i Gesuiti, interrogati dal loro cardinale Bellarmino, valente ed erudito ed anche comprensivo ingegno, ma subordinatore assoluto de' resultati scientifici al criterio dell'autorità, avevano riconosciute le scoperte galileiane. Le quali poichè si collegavano strettamente col sistema Copernicano, che poneva il sole centro d'attrazione de' pianeti, compresa fra questi la Terra, e de' loro satelliti; — col sistema Copernicano, che non ancora condannato, oscillava però sul dubbio e pericoloso limitare di una possibile apparenza di contradizione con la lettera delle Sacre Scritture; — così, fin dal principio, Galileo più che de' Peripatetici aveva avuto apprensione de' teologi, la cui potenza, non obbligata non che a cimento di esperienze ma quasi neanco a dibattito di argomentazioni, costituita pro tribunali, aveva per propri istrumenti l'ammonizione, il divieto, la condanna, fino all'estremo atto del sostituirsi al braccio secolare e punire col carcere, con la corda, col rogo. E per ciò stesso, appena rimpatriato, egli avea chiesto al Granduca la licenza di questo viaggio romano (il suo secondo), non con altro proposito che di far palesi ed accette ai potenti della città eterna, e sicure per l'ulteriore svolgimento, le sue scoperte e le dottrine che ne conseguivano. Ora egli poteva, tornando al suo Principe, chiamarsi sodisfatto di quei più che due mesi di soggiorno in Roma. Il Collegio Romano; — il Quirinale, ne' cui giardini aveva a cardinali ed altri prelati e a gentiluomini mostrato col telescopio i Pianeti Medicei; — il principe Federico Cesi, e l'Accademia de' Lincei che si era onorata del suo nome; — la conversazione amichevole specialmente de' cardinali Dal Monte e Maffeo Barberini, suo anche encomiaste poetico; — infine, la presentazione fatta di lui a papa Paolo V dall'ambasciatore toscano; — erano i lieti ricordi del suo trionfo. Tale invero possiamo chiamarlo, quando in una lettera di quel cardinale Dal Monte al Granduca leggiamo: “Se noi fussimo ora in quella repubblica Romana antica, credo certo che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per onorare l'eccellenza del suo valore.„ Ma in “quella repubblica Romana antica„ non si era più; la via trionfale del Campidoglio metteva erba da un pezzo: e da un'altra via, assai più battuta, là dietro la Basilica di San Pietro, la Sacra Romana Inquisizione, in que' giorni stessi che Galileo era in Roma, mandava una lettera all'Inquisizione di Padova, la quale avea dovuto mescolarsi nelle trascendenze aristoteliche del Cremonino, una lettera che dimandava: “Veggasi se nel processo del Cremonino sia nominato Galileo.„ In quel terribile registro, scienza vecchia e scienza nuova, Aristotile e Archimede, Cremonino e Galileo, erano scritti sulla medesima linea: ma Cesare Cremonino era sempre filosofo e pubblico lettore della Serenissima; e le vicende alle quali si congiunge il nome di fra Paolo Sarpi, erano storia recente.

VII.

Giova, a questo punto del nostro rapido discorso sopr'una delle più nobili vite che mai abbiano onorata ed esaltata l'umana natura, soffermarsi un tratto, e considerare. Galileo, non ancora toccato il suo cinquantesimo anno, aveva ormai in pugno l'intento nobilissimo di tutte le sue fatiche. Aveva dissotterrato dalla congerie de' vacui e speciosi filosofemi il principio sovrano dell'esperienza, e del ragionamento matematico sui dati genuini di lei; e dopo molte e varie e squisite applicazioni di tale principio ai fenomeni naturali, aveva, sempre mediante l'uso di quello, resa sensibile, al lume della razionale evidenza e dello splendore degli astri, invitta a qualsiasi impugnamento, la costituzione dell'universo. D'ora innanzi, ed era nel vigore d'una sana e ben complessa virilità, la parte ch'egli aveva da Dio verso gli uomini era la divulgazione della nuova dottrina, il suo svolgimento compiuto, la dimostrazione de' particolari, le riprove molteplici del già dimostrato o argomentato, le induzioni ulteriori; ed inoltre, come genialmente egli concepiva il proprio ufficio, l'abbellimento di quella verità coi lumi dell'arte, con le attrattive del sentimento: che fu il creare la prosa scientifica italiana. A ciò fare gli erano sembrate meno atte od anguste le aule della scuola, e aveva traveduto mezzo più efficace la immediata dipendenza da un Principe: aveva presentito ostacoli da Roma, e si era subito mosso a remuoverli o prevenirli. Questa parte, che egli teneva da Dio, doveva essergli contrastata dagli uomini; e più duramente da quelli, fra gli uomini, che parlavano nel nome di Dio.

Le maggiori opere di quei tre ultimi decennii della sua vita, le “grandi opere„ che gli abbiam sentito annunziare, non tanto al desiderato Principe quanto con gioiosa fiducia a sè stesso, nel trasferirsi da Padova a Firenze, furono il Dialogo de' Massimi Sistemi e i Dialoghi delle Scienze Nuove: — il Dialogo de' Massimi Sistemi, in dichiarazione e dimostrazione del sistema Copernicano comparato al Tolemaico, interlocutori i due suoi grandi amici e patroni, il Sagredo veneto e il fiorentino Filippo Salviati, e un buon diavolo di peripatetico, che da uno de' commentatori di Aristotile ha il nome, al quale fa molto onore, di Simplicio: — l'altra opera, i Dialoghi delle Scienze Nuove, pur co' medesimi interlocutori, lavoro eroico de' suoi estremi anni, da cieco infermo e perseguitato, dove, ripigliando i suoi giovanili studi sul Moto, “suggetto eterno„ son sue parole “e principalissimo in natura, speculato da tutti i gran filosofi„, su questo, e “sulla resistenza de' corpi solidi ad essere per violenza spezzati„, pone i principii o, com'egli dice quasi affacciandosi all'avvenire, “apre le prime porte di due nuove scienze, che gl'ingegni speculativi ne' seguenti secoli accresceranno con progresso e trapasso da quelle proposizioni ad altre infinite.„ Insomma, ne' Massimi Sistemi la costituzione della macchina mondiale: nelle Nuove Scienze le fondamenta della fisica moderna. E frammezzo a queste monumentali opere, il cui concepimento occuperebbe esso solo degnamente la vita intera d'un uomo, s'interpongono, materia adeguata all'operosità di tutta intera la vita d'un altro, gli studi (e le incresciose ma pur feconde controversie che li conseguitano) sulle macchie solari, quelli sulle cose galleggianti, quelli sul flusso e riflusso del mare, la trasformazione del telescopio in microscopio e il perfezionamento di questo, il ritrovato per la determinazione delle longitudini in mare, gli studi sulle comete, e da questi quella maraviglia di scrittura polemica che è il Saggiatore: nè la enumerazione è completa: e vi si aggiunge un immenso indefesso carteggio, prezioso del pari per quant'altro contiene di contributo alla scienza, e per essere in troppe pagine il desolato giornale d'un sublime martirio.

VIII.