Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione.
So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia, e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi. Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma un dipartimento francese.
Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole educative. Questa volta, penso, si può.
Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato. Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per virtù di casi, il regno d'Italia.
Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi, hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale, sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali.
I MEDICI GRANDUCHI
CONFERENZA
DI
Isidoro Del Lungo.