La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno, luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda, imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia (diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne' tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva essere diversi da quel ch'egli fu.

IV.

Se diremo, che pel capo di Francesco la corona della Toscana trapassò da Cosimo al successore suo vero Ferdinando, avremo giudicato, in confronto del padre e del fratello, quel secondo granduca, degno allievo di corte iberica, duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva mollissimo, il dammeno di tutto il principato mediceo, e che quasi in tutti gli atti della sua vita si mostrò men che principe e men che uomo: cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 all'87, anche quello di buono, a che pose mano, gli si sviava nel male. Il che addimostrò egli nel resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli, alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; e nel curare la prosperità economica dello Stato, ma con leggi proibitive, tanto più condannabili in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i commerci da lui esercitati con avidità più che di mercatante; e nel favorire le arti, che si adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato, di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, spesso però con intenti subordinati al vacuo fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca frammettendo il favore per le censure o piuttosto fiorentine vendette del cavaliere Salviati in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per le scienze naturali, ma col perdersi dietro alle vanità, e alle stolte cupidigie dell'alchimia. L'atto suo più efficacemente regio fu forse l'aver proseguito, come poi anche il successore Ferdinando, l'incremento del porto e città di Livorno: e l'atto più sciagurato, la tresca, mescolata a bestiali stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la tresca con Bianca Cappello; per la quale fu intronato il malcostume e lo scandalo che serpeggiavano per entro tutta la famiglia, e quasi, a maniera mussulmana, convertita la reggia in alcova, finchè nel simultaneo disfarsi d'ambedue i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche ore dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice dello strazio indegno sofferto dalla granduchessa legittima la virtuosa Giovanna d'Austria. Si può dubitare se sia giusto il paragone che si fa di Cosimo con Tiberio, e vedere invece maggior convenienza a lui nelle virtù e nei vizi d'Augusto: ma egli è poi certo che in Francesco ebbe Firenze il suo Claudio.

Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta ragione dei termini di così diseguali proporzioni, essere avvicinato fra quei romani Cesari ai più equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, Firenze avesse dovuto decretare pubblica onoranza monumentale ai veramente insigni fra i granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue di soli due, Cosimo I sulla piazza della Signoria e Ferdinando I su quella dell'Annunziata, che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti e in Firenze e in Pisa, dinanzi: nè dello avere Ferdinando “coi metalli rapiti al fero Trace„, com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato non tanto, del resto, sè stesso, quanto le sue vittorie sui barbareschi, gli faremo noi carico, se pensiamo che decretate più tardi, quelle due statue le avremmo avute da ben altre mani che da quelle di Gianbologna.

Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome, d'Italia.

Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro, aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca, la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la Venere, la Niobe, i Lottatori, l'Arrotino) si deve a lui, che ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla civiltà Lepanto e la Gerusalemme, non diremo alieno l'adoperarsi di Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne' giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha conservata ragione di essere.

V.

I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al 1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica, si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato, non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi, e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora.

La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga, che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero, ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e' trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico), a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato, e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo, appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore. E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il “disfarsi della schiatta„.

Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè, dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio, del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento, questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto perseverare a fare, e non fece.