Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, dai Medici cittadini ai Medici granduchi, da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze del sentimento e del pensiero, della scienza e dell'arte, tenne quasi in grembo una non piccola porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro della lingua ella custodiva il suggello del nostro esser nazione. Que' due principati, fatta pur ragione dei meriti o demeriti rispettivi di quelli undici granduchi, furono nella storia della nostra regione fenomeno passeggero: non era in essi Firenze, non la Toscana. E quando sulla torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei nuovi tempi, fra i tre sospirati colori, la Croce della sola monarchia nostra naturale e legittima, non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava su quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato della nostra gloriosa Repubblica. E rivendicato il diritto, Firenze ha saputo nobilmente adempire il dovere.
GLI AVVENTURIERI
CONFERENZA
DI
Ernesto Masi.
I.
A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle mani con questi Avventurieri italiani del secolo XVIII il più bel tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni, pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o colla violenza, o coll'ingegno sfruttano in mille modi la società del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero, da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate, abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi, cicisbei e via dicendo.
II.
Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile? Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso, non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti avventurieri, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in un'immensa catastrofe.
Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri; deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con tutti i suoi divieti tirannici.