Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini, sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia; avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più; avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova.

Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi. Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione, mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè.

Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe.

Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi Annali, e il Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„. Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita, una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago.

Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire.

D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli Italiani, non par facile congetturare.

Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò, ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino, Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la pubblicazione dei Rerum Italicarum scriptores precedette, nel pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini.

Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici, dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere giustizia e civiltà.

I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana, rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite, volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi e spensierati.

Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce.