Il Don Giovanni del Molière in un mazzo con quello di Tommaso Corneille, e niente più. Il buon Goldoni è passato accanto alla più scespiariana delle commedie molieresche, a uno dei capolavori dello spirito umano e non se ne è neanche accorto. Intento, diciamolo con parola d'oggi, in quel suo realismo, in quella minuta osservazione del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la sua gloria, ciò che dalla leggenda era passato sulla scena di fantastico e d'extra-naturale gli parve così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento fra i buoni, tutt'al più, per una commedia a soggetto. Giudicò co' criteri, diciam così, teatrali: e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore il Don Giovanni al Misantropo ed al Tartuffo: non soltanto; forse anche non degno figliuolo di chi aveva messo al mondo il Tartuffo e il Misantropo. Lesse sbadatamente forse, come una qualunque battuta de' suoi comici, le parole che Sganarello profferisce nella prima scena: “Quale flagello un gran signore malvagio!„ parole a cui la commedia tutta è poi conferma e commento. Così egli non seppe addentrarsi nel pensiero onde è animata quella maravigliosa commedia, nè scorgere perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza in quel pensiero medesimo; nè finalmente pregiare la profondità di una osservazione diversa dalla sua, in quanto era anche visione.

Dopo aver nel Tartuffo mostrata trionfante l'ipocrisia, ora nel Don Giovanni il Molière, com'altri disse, mostrava l'ateismo trionfante; l'una innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, l'altro, natural conseguenza, spettacolo alla Francia avvenire. Dopo il padre Tellier, il Reggente: fino a che negli alti ceti disonorato il bene, il male cinicamente ostentato, il popolo, che il Molière simboleggia nell'onesto mendico, piglierà il sopravvento, egli tuttavia custode della fede e della virtù.

E il Goldoni letta la commedia del Molière, per arricchire la patria di qualche cosa di simile, scrive, ahimè! il Don Giovanni Tenorio.

Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo al Goldoni il suo posto: e ripetiamo che nella vis comica il Molière non lo eguaglia; anzi egli non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico mai: o vela di sorrisi la melanconia, o casca nel grottesco, come nel Pourceuagnac e nel Malade imaginaire.

VII.

E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo, badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il Ventaglio (stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino,

Tornei, voli, cariaggi,

Cinquantotto personaggi,

Trentasei divinità.

Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che è vecchia osservazione, i due primi atti del Tartuffo. Vedete invece il Goldoni: leggete il primo atto della Famiglia dell'antiquario e poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della Famiglia dell'antiquario è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena della Locandiera, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la rilegga: