Il Filippo di Schiller al paragone è appena una figura da melodramma. Alla prima, egli sembra l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile; ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva fino, in piena notte, mentre è assalito da delle inquietudini molto naturali in lui — che il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli arriva, dico, a chiamare un suo servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo stato doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come mai egli possa vivere tranquillo lontano dalla sua casa coniugale! E vorrebbe che il suo geloso furore passasse dall'animo suo in quello del confidente. A questo modo la sventura, vera o supposta, di Filippo II per la corte e per la città è omai diventata il segreto di Pulcinella.

Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo che vennero di moda il teatro di Schiller e di Victor Hugo, se n'è detto tante del povero Alfieri, che credei mio dovere cogliere questa circostanza per dimostrare, con un esempio, come per confronti spassionati certe sue sconfitte potrebbero facilmente convertirsi in palme di vittoria. E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano sono assai più numerosi di quello che non si creda comunemente.

Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti la durezza e l'aridità; ma anche su questa durezza e su questa aridità io avrei delle grandi riserve a fare.

È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico e tutto invasato dal suo furore politico, l'Alfieri faceva volontieri sacrificio, come dicemmo, delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda essenza del suo animo buono non di rado egli seppe far anche scaturire dei getti di passione calda, intensa, gentile che sono veramente irresistibili. E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi ricordare quella prima bellissima scena del primo atto fra Don Carlos e Isabella. La delicatezza squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane principe prende argomento dai proprii dolori, dalla propria disgraziata condizione di figlio per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, la ricordate voi, o signore? Se una sola volta l'avete o letta o udita in teatro, non credo che abbiate potuto dimenticarla.

......... Ei d'esser padre

Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio

Già non oblio per ciò; ma se obliarlo

Un dì potessi ed allentare il freno

Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe

Doler, no, mai, nè de' rapiti onori,