Quante dolcezze, quante grandezze lascio in un canto, signori, per appigliarmi alla parte meno grata, più ristretta e noiosa del mio argomento: i modi di giudicare le opere o per pagarle o per farle eseguire, allorchè si tratti di disegni d'architettura. E dovrò fermarmi a questa del compasso, che si piega meno di ogni altra arte alla varietà delle immagini. Insomma, nelle supreme bellezze del Trecento io mi contento (Dio me lo perdoni) della pedanteria amministrativa, anzi, per dirlo con due parole abbominevoli, della controlleria burocratica.
Fortuna che mi trovo innanzi due monumenti, i quali possono servire da soli a mostrare i più diversi e ingegnosi metodi di giudizio: Santa Maria del Fiore, s'intende, e poi, giacchè io sono quasi Milanese e un Milanese non può non portare sempre nel cuore il suo Duomo, il Duomo di Milano. Quanto differenti l'uno dall'altro! In questo di Firenze la linea serenamente orizzontale predomina con la maestosa ghirlanda, che tutto lo ricinge e lo incorona; in quello di Milano, i pinnacoli aguzzi, le guglie puntute si spingono in cielo, e più di 4000 statue popolano i contrafforti e gli sguanci dei finestroni. Questo è rallegrato di vari colori ne' suoi diversi marmi incastonati a fascie, a fregi, a riquadrature; quello è dal basso all'alto di un solo colore, di un solo marmo. Per questo nessun principe ha sborsato, ne' bei tempi, un quattrino, o ha pronunciato una sentenza artistica; in quello, fin dal principio, innanzi al popolo apparisce spesso il tiranno, che ordina e che paga. E non di meno quante analogie! La vecchia Santa Reparata ricorda la vetusta Santa Maria Maggiore, questa e quella rimaste in piedi mentre s'alzavano i due immensi edifici nuovi; le stesse incertezze, le stesse ansie nella costruzione; gli stessi modi di raccogliere le oblazioni, le elemosine, i legati. E se il Duomo di Milano ebbe in dono le cave della Gandoglia, quello di Firenze ebbe le selve del Casentino; se nel primo lavorarono alquanti artefici toscani, nel secondo operarono alcuni lombardi, fra gli altri un Guglielmo da Campione; se per il primo i Milanesi andarono tante volte a cercare gli architetti fuori d'Italia, per il secondo (lo dice Marchionne di Coppo Stefani all'anno 1360 della Istoria fiorentina) gli cittadini mandarono in molte parti del mondo, acciocchè la loro magnifica opera fosse la più ricca e meglio ordinata che potessi essere. Marchionne disse una corbelleria. Non ci fu, in verità, bisogno di accattare in terre straniere e neanche lontano di Firenze nelle altre provincie italiane nessun artefice; e quel poco di organismo oltramontano, che si nota nel campanile ed in Santa Maria del Fiore, s'infiltrò per via di Arnolfo, di Giotto e degli altri inconsapevolmente, assumendo così nostrani lineamenti, così fiorentina espressione, che più italiana arte è impossibile immaginare.
Ho detto Arnolfo e Giotto. So bene che hanno voluto in questi ultimi tempi levare ogni merito ad Arnolfo per la chiesa e a Giotto per la torre, come ogni gloria o quasi a Filippo di ser Brunellesco per la cupola. So bene che Filippo non ha ideato il tamburo, che sta sotto la cupola enorme; ma la cupola l'ha proprio voltata lui. So bene che dopo i figliuoli di Cambio e di Bondone altri insigni artefici ampliarono, modificarono, mutarono anche in buona parte i principiati edifici, dando ad essi una novella grandezza di misura e d'arte; ma senza Arnolfo la chiesa non apparirebbe quel che è, perchè il primo concetto non venne abbandonato mai, e senza Giotto la torre sarebbe tutt'altra cosa.
Sentite il vero in terzine da Antonio Pucci, quasi contemporaneo di Giotto, banditore del Comune, autore del Centiloquio:
Nell'anno (il 1334) a' dì diciennove di luglio
Della chiesa maggiore il campanile
Fondato fu, rompendo ogni cespuglio,
Per mastro Giotto, dipintor sottile,
Il qual condusse tanto il lavorìo
Ch'e primi intagli fe' con bello stile.