Infatti, quando posavano le guerre fra Svevi e Angioini, fra papi e imperatori, nascevano le guerre fra l'una e l'altra delle città italiane; fra Genova e Venezia, fra Pisa e Firenze, fra Modena e Bologna, fra Piacenza e Milano.

Quando fra le città s'era fatta la pace o una pace, il dissidio interno cittadino non tardava a scoppiare; dissidio tra nobili e plebei, tra governanti e governati, tra rioni occidentali e rioni orientali, tra antichi servi orgogliosi della vittoria e antichi feudali memori della sconfitta.

Se anche a siffatte querele veniva meno la materia o la lena, il bisogno di lottare sorgeva da cause minori. Si cominciava con una rivalità d'individui, si continuava coll'ostilità delle famiglie a cui questi individui appartenevano; ogni famiglia allargava le sue ire alle famiglie alleate; si finiva colla tradizionale divisione politica.

Così, e non altrimenti, nascevano le fazioni interne, che lacerarono per tanti anni le maggiori città, — i Buondelmonti e gli Uberti a Firenze, i Panciatichi e i Cancellieri a Pistoja, i Lambertazzi e i Geremei a Bologna, i Cappelletti e i Montecchi a Verona, i Beccaria ed i Langosco a Pavia, a Mantova i Bonacolsi e i Gonzaga. Su più vasto campo, e destinati a maggiori dominazioni, i Colonna e gli Orsini a Roma, i Fieschi e i Doria a Genova, i Visconti e i Torriani a Milano sono altrettante variazioni del fenomeno fondamentale.

Ricordare gli episodi da cui sorsero quelle inimicizie di carattere secolare, ci porterebbe assai lungi. Ogni cronista riporta quelli della propria città, e tali narrazioni si seguono, rassomigliandosi.

Un delitto v'è quasi sempre all'origine di queste contese; un delitto d'ambizione, più sovente un delitto d'amore.

Voi conoscete la storia delle vostre famiglie; quella giovane Donati, per cui s'accende Buondelmonte dei Buondelmonti, dimenticando il preso impegno di sposare una fanciulla degli Amedei, indi l'ira di questi, che si estende agli Uberti, antichissimi ottimati di Firenze; e il consiglio di famiglia per deliberare sulla vendetta da prendersi; e l'insidioso motto di Mosca dei Lamberti: cosa fatta, capo ha. Voi vedete di qua l'appostamento degli Uberti e degli Amedei sull'angolo settentrionale del Ponte vecchio; e il bel Buondelmonte che s'avanza d'oltr'Arno, vestito di bianco, caracollando sul bianco palafreno; e il sangue che macchia tutto quel bianco, il cadavere giovanile su cui s'accaniscono tutti quei ferri, e l'urlo di trionfo che inaugura per le vie di Firenze quarant'anni di stragi.

Dopo questa, ecco la leggenda veronese che commuove tutti i cuori sentimentali d'Europa e che risveglia, a secoli di distanza, il genio drammatico di Shakespeare e il genio musicale di Bellini.

Nè dissimile dal fatto di Giulietta e Romeo è quello che avvolge Imelda e Bonifacio nella vicina Bologna.

Imelda del Lambertazzi, giovinetta di gentili costumi, è amata alla follia da Bonifacio dei Geremei, giovanissimo egli pure ed alieno, come dice il Muzzi, dal sangue e dalla ferocia. Lungamente supplicata, riceve un giorno nelle sue camere l'innamorato. Sono spiati, denunciati e sorpresi. I fratelli d'Imelda, furenti dell'oltraggio recato alle loro casa ed alla loro sorella, si slanciano sul giovane Geremei e gli immergono nel petto uno di quei pugnali avvelenati, onde avevano tratto l'uso dai Saraceni i cavalieri crociati. Trascinatolo in un sottoscala, ivi lo abbandonano per correre ad adunar partigiani. Imelda, che al primo rumore era fuggita, ritorna, vede le traccie del sangue, le segue ed arriva al cadavere dell'amato. Alcuni ultimi sussulti di vita la muovano ad una speranza e ad un eroismo. Chinandosi sulla ferita, ne sugge, col sangue, il veleno; e le ancelle, ricercandola, trovano l'erede dei Lambertazzi, generosa suicida, sul corpo del Geremei.