Fu nel marzo del 1256 che il legato del papa, arcivescovo di Ravenna, iniziò da Venezia la predicazione della crociata. Questa s'ingrossò immediatamente di tutti i capi delle città sottomesse, di tutti gli esuli di tutte le famiglie, nelle quali la crudeltà d'Ezzelino aveva fatto qualche vittima o destato qualche rancore. Azzo d'Este, signore di Ferrara, apparve il condottiero naturale di questa impresa, che la pietà aveva suggerita, che la politica consigliava, che il fanatismo spingeva contro un nemico della Chiesa e della religione.
Per tre anni durò quella lotta, che Ezzelino affrontò con grande animo e senza rallentare d'un giorno o temperare d'un grado il delirio delle sue crudeltà. S'era procurato l'alleanza di un potente signore cremonese, Buoso da Dovara e di quell'Uberto Pelavicino, che era forse il maggior personaggio di Lombardia e che, nel turbinoso andamento di quelle rivoluzioni, lasciò più d'una volta trasparire senno e vigore di uomo di Stato.
Senonchè, avendo Ezzelino trattato con ognuno dei due per disfarsi dell'altro, il pericolo comune li indusse entrambi ad abbandonare il mostro incorreggibile, unendo le loro forze a quelle della crociata.
La quale, divenuta più potente per l'accessione di Milano alla lega, strinse da vicino il tiranno, non impaurito da tanti nemici, e lo abbattè a Cassano, nella battaglia del 16 settembre 1259.
Ferito in un piede, mentre cavalcava verso la mischia, rovesciato poi in mezzo ad essa e colpito al capo da un armigero, a cui egli aveva mutilato il fratello, Ezzelino venne fatto prigioniero. Si tentò di curare le sue ferite. Ma egli, infierendo contro sè stesso colla medesima implacabilità con cui aveva infierito contro tutti, si strappò le bende dalle ferite e morì bestemmiando il cielo, come Capaneo.
Questa iliade di violenza nella gran valle del Po ha il suo riscontro, con forme diverse, nella complicata tragedia svoltasi alle falde del Vesuvio intorno a quella regina meridionale che precede di dugent'anni, pel fascino, per l'ingegno, pel delitto e pel supplizio, la regina settentrionale di Scozia.
Anche Giovanna di Napoli, come Maria Stuarda, era bella, culta, leggera, amabile ed amata. Anch'essa si trovò a sedici anni assoluta signora di un regno, disputato da selvagge ambizioni. Anch'essa ebbe, in così giovane età, un marito per cui non provava affetto e che l'assediava de' suoi sospetti coniugali e delle sue esigenze politiche.
Cortigiani e consiglieri malvagi s'affollavano intorno ad entrambi, cercando allargare a proprio vantaggio i germi della divisione. Peggiori intorno ad essa le influenze di Filippina da Catania, sua dama d'onore, e dell'imperatrice Caterina, sua zia, madre del giovane principe Luigi di Taranto, che aveva saputo entrare ben addentro nel cuore della sua reale cugina.
Della congiura che si ordisce contro il marito Andrea, figlio del re d'Ungheria, la regina di Napoli non può essere ignara. Pur l'asseconda, recandosi con parte della sua Corte ad Aversa, in solitario castello.