V.

Se guardiamo alle origini, parecchi tra i signori sono antichi feudatari che già dimorano stabilmente nelle città, oppure vi calano dagli aviti castelli, dove tuttavia esercitano i privilegi nascenti dall'atto d'investitura e dalla consuetudine, e più veramente dalla forza, per quanto almeno la forza altrui non gli abbia stremati. Ve ne sono poi che vengono dal popolo; i quali, nei tempi più recenti (in particolar modo nel secolo XV), non procedono più alla maniera selvaggia dei primi, ma con arti politiche raffinate e, come dicevasi, con modi civili. Infine i condottieri, qualunque sia la loro schiatta, costituiscono una categoria di per sè stante; giacchè i primordi delle compagnie di ventura, così nella storia come anche nel nostro tema, si collegano coll'estendersi delle signorie. Rispetto dunque all'origine si hanno i feudatari, i cittadini, e i condottieri, che possono essere dell'una o dell'altra specie; quanto poi all'acquisto della signoria, suol conseguirsi per dedizione, per compra o per violenza o per queste varie vie congiuntamente, e di solito mediante l'ufficio di podestà, di capitano del popolo o di vicario.

VI.

Insediatosi nella città, il signore deve pensare a difendersi contro gli avversari, che in casa e fuori congiurano contro di lui o gli fanno guerra aperta. Come ha acquistato l'autorità per virtù della propria energia personale, del pari deve adoperare assiduo studio a conservarla. Il suo governo sarà più o meno feroce a seconda dell'indole dell'uomo e delle contingenze; rimarrà sempre peraltro un sogno poetico l'ideale che il Petrarca delineava scrivendo a Francesco da Carrara, signore di Padova, intorno all'ottima amministrazione dello Stato. Egli voleva che il principe fosse non padrone ma padre della patria; e delle armi e dei trabanti si valesse non contro i cittadini, ma contro i nemici e i ribelli. Se non che costui, per la sua stessa condizione, è indotto a sospettare di tutti i cittadini più ragguardevoli ed a trattarli tutti da nemici e ribelli: non è rattenuto da alcun scrupolo ne si ristà dal commettere delitti, macchiandosi puranco del sangue dei suoi parenti. Colla plebe invece, che non gli dà ombra, si sforzerà di mostrarsi benefico, e di amicarsela provvedendo largamente ai bisogni pubblici. Ma per tali spese, non che pel fasto della sua corte e per lo paghe delle sue milizie, gli occorrono denari; procurerà di non aumentare le gravezze e finchè può lascerà le cose come le ha trovate, ma penserà ad impinguare l'erario, sia colla meditata spoliazione di un dovizioso cittadino e magari d'un proprio ministro arricchito, sia mediante qualche impresa fortunata o qualche buona condotta militare; nè è raro il caso che un signorotto si metta per un certo tempo agli stipendi d'un altro signore o d'un Comune.

Sospetto, crudeltà e cupidigia sono pertanto i vizi ordinari del signore, che quasi per necessità è costretto a farsi tiranno. E niuno meglio di Dante che nel suo esiglio dovette pur troppo frequentare le corti, e

Scender e salir per l'altrui scale,

esprime lo sdegno dei galantuomini contro coloro

che dier nel sangue e nell'aver di piglio;

e ne fa vendetta cacciandoli all'inferno dentro al sangue bollente.

Tutti ricordate come nella famosa imprecazione alla serva Italia in sul principiar del 300, egli attesti: