Era, in simil forma, una nuova forza malefica, sopravvenuta da quindici anni, ad accrescere la confusione della vita politica italiana: stava per diventare una vera e propria istituzione nazionale che doveva nel secolo XV sorgere ad insperate fortune. Il primo germe, a dir vero, risale al feudalismo, che essendo, sotto apparenze gerarchiche, una costituzione sociale sciolta e disordinata, richiedeva il braccio e favoriva le ambiziose voglie di venturieri. E venturieri ungheri e saraceni si ritrovano in Italia fin dai tempi carolingi; come erano venturieri i Normanni che conquistarono le due Sicilie. Alla medesima specie appartengono, dopo il 200, le guardie sveve che aiutarono i ghibellini in Toscana stessa, in Romagna e in Piemonte. Con quelle schiere avvezze al mestiere delle armi, le quali fecero da battistrada alle compagnie di ventura, mal potevano competere le milizie cittadine; scemato l'antico ardore che un tempo chiamava grandi e popolani sotto le insegne, per correr gualdane, per far cavalcate, per andare a oste intorno al carroccio, invalse, nel trecento, fra i Comuni come fra i Signori il più comodo costume di assoldare mercenari: in tal modo i più doviziosi apparvero i più potenti, e Venezia colle ricchezze de' suoi traffici, Firenze che (come disse Bonifazio VIII) era la fonte dell'oro, poterono stare a fronte di sovrani che possedevano molto più vasti dominii. Le guerre del secolo XIV furono quasi esclusivamente condotte da soldatesche prezzolate, specialmente tedesche. Alcune di queste masnade, licenziate da Pisa, nel 1342, pensarono di stare unite in compagnia, per andar guerreggiando i più deboli e facoltosi, mettendo in comune i guadagni da distribuirsi secondo il merito e il grado di ciascuno. Guarnieri duca d'Urslingen, che aveva fatto l'accorta proposta, ne fu eletto capo; Pisa gli offrì di soppiatto le paghe di quattro mesi; da varie parti lo aizzarono contro i signori di Romagna e contro i comuni di Siena e di Perugia; ingrossato d'altre genti, traversò la Toscana, taglieggiando, saccheggiando e devastando ogni luogo. Similmente passò in Lombardia e, fatti grassi accordi, con ricco bottino, tornò in Germania. A far pompa della sua ferocia costui portava sul petto una scritta a lettere d'argento che diceva: “Duca Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nimico di Dio, di pietà e di misericordia.„

Il bell'esempio naturalmente trovò imitatori; e questo fu il principio delle compagnie di ventura straniere; perchè non ebbero la stessa natura le precedenti dette del Ceruglio e della Colomba; nè ebbe importanza il primo tentativo italiano della Compagnia di Siena. Bensì alle straniere si sostituirono le italiane dopo che nel 1377 il giovane conte Alberto da Barbiano fondò la sua sotto il titolo di San Giorgio, e la mise ai servigi di Urbano VI. La grande rotta ch'egli dette in Marino alle masnade dei Brettoni che minacciavano Roma, risollevò l'onore delle armi italiane e iniziò un nuovo periodo nelle vicende della milizia.

Ma io non dovevo qui se non indicarne le origini; poichè la storia dei condottieri italiani, se incomincia nella seconda metà del secolo XIV, si svolge e si compie nel XV; nè le due parti si possono separare.

XVI.

Tutti i signori si servirono di mercenari, ma niuna casa quanto quella dei Visconti, che con Matteo, cacciati per sempre i Torriani, nel 1315, si erano stabilmente insediati a Milano. Accadde al successore di lui, Galeazzo, che le sue masnade gli si ribellarono, e lo spodestarono nel 1322, ad istigazione del suo cugino Lodrisio Visconti; il quale, dopo un mese, mutato proposito, coll'aiuto delle stesse soldatesche, lo rimise in seggio. Per il che Galeazzo chiese ed ottenne di assoldare 600 cavalieri tedeschi a quel Lodovico il Bavaro che doveva poi, cinque anni appresso, imprigionarlo per un tempo nei famosi forni di Monza.

Altri già v'intrattenne, meglio ch'io non potrei fare, delle origini di questa casa e delle sue gare coi Torriani. Or qui ricorderò soltanto come Azzo figlio di Galeazzo, ingrandisse coll'acquisto di Brescia lo stato che aveva ricomprato da Lodovico il Bavaro; e come poi l'arcivescovo Giovanni v'aggiungesse Bologna vendutagli da Taddeo Pepoli e Genova ricevuta in dedizione. Morendo nel 1354 egli lasciò tre nipoti, Matteo, Galeazzo e Bernabò; gli ultimi due avvelenarono il primo e si divisero i dominii, tenendo in comune Milano e Genova. Giangaleazzo, succeduto al padre Galeazzo, incominciò, secondo le tradizioni domestiche, con carcerare e assassinare lo zio Bernabò e due suoi figli; così riunì le varie parti dello Stato; e parve ancora raccogliere in sè tutti i vizi e le qualità di quella singolare famiglia. Gli altri tiranni, pur servendosi di mercenari, solevano guidar l'esercito in campo e combattere di persona. Egli invece, rinchiuso nel suo castello, coll'opera di ministri e di condottieri, volse l'animo a fondare una grande monarchia. Bensì col sagace ingegno aveva inteso l'importanza di crearsi un esercito nazionale che capitanato da soli italiani, Ugolotto Biancardo, Facino Cane, Ottobuono Terzo, i due Dal Verme, e il maestro di tutti, Alberico di Barbiano, gli dette infatti la vittoria sulle milizie straniere. Profondo dissimulatore e destro statista, spiava ogni occasione propizia, non risparmiando denaro nè sangue, per conseguire il proprio intento. La sua crudeltà non può mettersi al paragone con quella del suo zio Bernabò, tristamente famoso per l'uffizio dei cani e per quelle quaresime, che erano 40 giorni di lenti tormenti, cui sottometteva le sue vittime prima di finirle; mentre egli dimostrò pure il suo gusto per la scienza e per l'arte istituendo un'accademia di architettura e di pittura, raccogliendo codici, ampliando l'università e fondando la certosa di Pavia, iniziando la costruzione del Duomo di Milano. Prese Verona e Vicenza agli Scaligeri, Padova e Treviso ai Carraresi; occupò Siena e Pisa; poi Perugia ed Assisi, ed infine Spoleto e Bologna; anche Lucca stava per cadere in sua balìa. Firenze sola resisteva gagliarda, ma incominciava a sgomentarsi. Egli aveva comprato, per 100 mila fiorini, dall'imperatore Venceslao il titolo di duca; ma ambiva quello di re; e già ne aveva ordinato la corona, quando improvvisamente morì nel 1402; e l'edifizio da lui innalzato andò in isfacelo.

Uno stuolo di poeti in Lombardia, in Toscana, nell'Emilia celebrava il gran principe e lo stimolava a compiere il suo vasto disegno; e vorrei potervi dare qualche maggior saggio di tal letteratura viscontea, così ricca che ha dato materia ad una speciale bibliografia. Persino la vita e la morte dell'odioso Bernabò aveva acceso la fantasia di novellieri e di cantastorie; a lui non mancarono rime politiche, che lo animassero nelle sue imprese dicendogli: “Al punto se' d'Italia dominare„; nè lamenti che moralizzassero poi sulla sua misera fine o che ne facessero l'epico racconto. Ma anche più numerosi e importanti sono i versi indirizzati a Giangaleazzo. La canzone di Saviozzo, che abbiam citata in principio, lo invitava senz'altro a prender la corona d'Italia, col favore delle stelle, dei Numi, dei Santi e dei Beati, anzi faceva che l'Italia stessa gliela offerisse:

Ecco qui Italia che ti chiama padre,

Che per te spera omai di trionfare,

E di sè incoronare