Il granduca Ferdinando III fin dal marzo 1799 aveva abbandonato Firenze, per ordine del generale Gauthier comandante il corpo francese d'occupazione. Ma il principe lorenese non fu definitivamente spodestato che dopo la conclusione del trattato di Lunéville, per il quale i diritti di lui furono trasmessi ai Borboni di Parma. Il trattato, quanto all'assetto dell'Italia, ebbe compimento con una convenzione conclusa ad Aranjuez, il 21 marzo 1801, fra Luciano Bonaparte e il principe della Pace. Ai termini del concordato, l'antico granducato di Toscana, eretto in Regno d'Etruria, passava al giovane infante Luigi di Parma, cugino e genero del Re di Spagna. Una stipulazione espressa determinava che il nuovo re e la sua sposa traverserebbero Parigi prima d'entrare nei loro Stati. L'immaginazione del primo console erasi infiammata all'idea di mostrare alla Francia repubblicana il primo re creato da lui, e di accompagnare sulla Piazza della Rivoluzione, con un corteggio di regicidi e con un cerimoniale abolito, un nipote di Luigi XIV, un discendente di Luigi XVI.
Don Luigi aveva ventott'anni, l'infante Maria Luisa venti. Erano ombre leggiere, come tant'altre che svolazzarono al principio del secolo, ne' rami meridionali della Casa di Borbone: deboli rampolli del gran tronco, estenuati da troppo sole, da troppo potere, da troppe passioni. Nella galleria degli Ufizi è il ritratto di Don Luigi: un esile fantasma, elegante, col suo abito verde e co' suoi calzoni scarlatti, con un viso pallido e il naso caratteristico della famiglia; i capelli d'un biondo pallido son intrecciati in una catenella racchiusa entro una borsa di seta nera. La testa di lui si piega sotto il peso del Toson d'oro: quella povera testa non doveva a lungo resistere sotto il pondo d'una corona cascatale sopra.
Maria Luisa non era bella: piccola, pienotta, colorita, trasparivale una cert'aria di maestà nella fisonomia e tutto il fuoco della Spagna negli occhi neri. Avea uno spirito perfettamente incolto, ma abbastanza sciolto, che pure mostravasi sommesso ai preti, i quali dirigevano la sua devozione puerile.
Don Luigi avea dato segno di una certa curiosità e di qualche attitudine per le scienze naturali. Con lo Chaptal teneva corrispondenza intorno a questioni di chimica industriale. Lo scienziato nel 1792 avea ricevuto dal suo allievo una lettera, che egli ci ha conservato nei suoi Souvenirs e che non è di un principe imbecille. “La vostra Rivoluzione, mio caro amico, ci ha insegnato che il mestiere di re non vale più nulla: figuratevi quello d'erede presuntivo. Dopo averci ben riflettuto, mi son deciso a conquistare la mia indipendenza, e credo potervi riuscire mettendo su delle fabbriche in Ispagna dove mancano. Ma non posso riuscirvi che mediante il vostro aiuto. Venite a trovarmi e lavoreremo insieme. Mio suocero ci darà aiuti di denaro e di protezione. Quando avremo fatto fortuna, andremo a vivere in qualche posto dove possiamo trovar riposo, se pure esiste ancora su questa terra.„
Il Bonaparte stava per dargli la fortuna e un breve riposo. Gl'Infanti lasciarono la Spagna l'11 di maggio 1801. Viaggiarono sotto i nomi di conte e di contessa di Livorno. Questa la sola precauzione che prendesse il Primo console per attenuare lo scandalo d'un ricevimento apertamente reale. Suo fratello Luigi aspettava le vetture alla Bidassoa, alla testa del suo reggimento di dragoni: il generale Bessières andò incontro ai sovrani a Mont de Marsan e li scortò fino a Parigi. Furon ospitati nel palazzo del signor d'Azara, ambasciatore di Spagna: Cambacérès e Lebrun andarono a far loro la prima visita. Subito dopo, i sovrani d'Etruria presero posto in una vettura tirata da muli, secondo la moda spagnuola, e si recarono alla Malmaison, dal Primo Console, che circondato da' suoi generali li attendeva sul peristilio. Don Luigi, timido e imbarazzato, si fermò come interdetto dinanzi al vincitore di Marengo: non potè proferir parola e si gettò con effusione tra le braccia del suo creatore. Bonaparte lo rialzò con bontà, rivolse qualche complimento alla regina, che, con maggior presenza di spirito del marito, rispose con parole cortesi le quali tolsero Don Luigi dall'imbarazzo. Giuseppina s'impadronì di Maria Luisa e la colmò di regali, di acconciature ch'essa avea scelte dalle sue modiste; e grazie all'inesauribile argomento della moda fu presto rotto il ghiaccio fra le due donne, che durante il soggiorno della coppia reale a Parigi furon viste intime e loquaci come vecchie amiche.
Ma fra i due uomini non avvenne il medesimo. Don Luigi non poteva vincere la soggezione che provava dinanzi al Bonaparte. Quando gli affari richiamavano il Primo Console nel suo gabinetto, il giovane re se la svignava scappando nel salone degli aiutanti di campo, dove ritrovava la sua disinvoltura e il suo vero carattere. Superbo di possedere una bella voce baritonale, cantava il Tantum ergo o il Magnificat a quegli antichi volontari della Repubblica che cantavan con lui. Poi li faceva mettere in fila per saltare sulle loro spalle e far le capriole sul tappeto. Questa puerilità serviva a puntino ai disegni del Bonaparte. Dopo la partenza degl'infanti, dinanzi a' generali ne prendeva occasione per dire: “Avete visto che cosa sono cotesti principi della Casa di Borbone, cotesti eredi di Carlo V e di Luigi XIV? È possibile che gente fatta così risponda alle necessità del nostro secolo?„
Pure il Console usò a' suoi ospiti ogni maggior riguardo, e moltiplicò i divertimenti: partite di piacere, balli, ricevimenti magnifici alle Tuileries, presso i ministri, parate della guardia consolare al Carrousel, spettacoli all'Opera, al Teatro francese. Alla zecca si coniò in presenza dei sovrani la medaglia di prammatica Rex Etruriae. Essi assisterono alla seduta dell'Istituto e ascoltarono dotte comunicazioni dello Chaptal, del Cuvier, del Laplace. Presero con loro doni preziosi di Sèvres e dei Gobelins. Maria Luisa, consigliata da Giuseppina, usciva fuori in gran gala e per risparmiarsi la fatica di cambiare abbigliamento, la Spagnola si vestiva fin dalle sette di mattina con lo strascico di corte e portava il diadema senza più levarlo fino a quando andava a riposare.
Il mobilissimo popolo parigino accoglieva con grande entusiasmo il primo Console e il re, su quella stessa piazza dove, ott'anni prima, aveva ghigliottinato il loro buon zio Luigi XVI, come doveva chiamarlo più tardi Napoleone. I manifesti attaccati alle cantonate avevano preparato la pubblica opinione: si diceva che quella memorabile visita era al mondo pegno di pace, e dell'universale concordia che i negoziatori d'Amiens eran sul punto di restaurare. E poi, in cotesta folla, ogni granatiere che aveva traversato scalzo l'Italia poteva dire ai vicini: Cotesto re e cotesta regina li ho fatti io! — L'entusiasmo fu tale che sorpassò i desiderî del Bonaparte, onde il Gabinetto del Primo Console mandò ai prefetti istruzioni segrete per temperare lo zelo delle popolazioni lungo il tragitto che avrebbero percorso i Reali. Il 30 giugno, gl'infanti presero commiato dal Bonaparte e da Giuseppina, e affermarono la loro eterna riconoscenza in un ultimo abbraccio a così grandi amici.
Presero la via dell'Italia scortati da uno squadrone di ussari comandati dal Grouchy. Il generale Clarke, che a Firenze doveva essere il loro tutore, li accompagnava. Dovunque gli stessi segni di rispetto, le stesse ovazioni. Il Murat li attendeva in Toscana, poichè l'eroe piumato riempiva allora con la sua petulanza e magnificenza teatrale queste sale del palazzo Riccardi. Egli diresse l'insediamento di re Luigi a Palazzo Vecchio, e, lasciatolo lì sotto la sorveglianza del Clarke, ripartì per Milano.
Ci voleva un altro ingegno, assai maggiore a quello di questo principe debole ed infermiccio, per rafforzare un trono malfermo in quella Toscana rovinata, lacerata dalle fazioni, occupata dai soldati stranieri, indifferente al sovrano che il caso le imponeva. Le difficoltà gravissime del nuovo regno ci sono rivelate dai carteggi del Clarke e del Tassoni, l'accorto inviato della Repubblica Cisalpina, dalle lettere lamentevoli del re Luigi al Primo Console. Fin dal primo giorno, l'infante si trova alle prese con le difficoltà finanziarie che sempre aumenteranno. Come ricordo del fausto avvenimento, è costretto ad imporre ai sudditi una contribuzione di 300.000 franchi per far fronte alle spese del corpo francese d'occupazione, giacchè 6000 uomini eran di guarnigione a Livorno, donde sorvegliavano gl'Inglesi padroni dell'isola d'Elba. Invano Don Luigi supplica il suo “carissimo amico„, il Primo Console, di scemare le sue pretese; non può nemmeno ottenere dal Bonaparte la restituzione della Venere dei Medici, che allora appunto peregrinava da Livorno a Napoli e da Napoli a Parigi; non potè neanche ottenere quel “più regolare arrotondamento de' suoi Stati„, che il giovane sovrano molto ingenuamente chiedeva in cambio della bella divinità.