—Ebbene, tanto meglio, se non le incomoda siamo pronti.

E s'avviarono tutti insieme parlando della stagione, della campagna e dello zio, che don Vincenzo nominava sempre con vero rincrescimento.

—Crede,—diceva,—che dopo la sua morte mi pare quasi di non viver più nemmeno io? Ci siamo conosciuti giovani, alle barricate di porta Vittoria nelle Cinque Giornate; sono momenti dei quali non ci si dimentica, e poi siamo stati sempre amici, tanto ch'egli è venuto ad abitar qui per me, e ci si divertiva a stare assieme la sera ricordando il tempo passato; le ore trascorrevano in un lampo; penso sempre a quelle belle serate.

—Venga ora che ci siamo noi a raccontarci di quel tempo, sarà tanto utile anche per i ragazzi.

—Ecco il professore,—disse don Vincenzo accennando ad un giovane che veniva verso di loro, assorto nella lettura del giornale che era arrivato in quel momento, e seguito da un bel cane.

—Signor Damiati? signor Damiati?—chiamò il curato.—Deve aver trovato delle notizie molto interessanti in quel giornale, che non alza nemmeno gli occhi per salutarmi.

—Davo una scorsa alle novità del giorno, ma di questa stagione anche la politica tace,—disse Damiati alzando gli occhi e salutando.

—C'è qui la signorina Morandi che desidera conoscerla,—soggiunse don
Vincenzo.

Il professore salutò Maria e fece una carezza a Mario che gli era vicino, mentre gli altri ragazzi avevano fatto circolo intorno al cane.

—Ho inteso parlare di lei,—disse Maria,—e speravo proprio incontrarla, anche perchè desidererei un favore.