Pierina continuava a piangere e a tremare.

—Bisognerà bene che ti abitui al passaggio del treno, mia piccola paurosa,—le disse la madre riconducendola in casa.

E infatti s'abituò in breve a quel rumore, anzi quando cominciò a camminare e sentiva lo strepito della macchina, voleva correr fuori a veder il vapore, e avrebbe voluto toccarlo, e colle manine tese faceva festa al luccicore dell'ottone intorno alla locomotiva, seguiva cogli occhi la colonna di fumo, ed esclamava guardando in alto: bello! bello! In poco tempo, quell'oggetto che l'aveva tanto sgomentata era divenuto il suo divertimento, anzi, quando lo sentiva in distanza, correva sulla strada ferrata in mezzo alle rotaie, ballando e saltando dalla gioia.

E allora la sua mamma, tutta agitata, usciva a prenderla fra le
braccia e le dava tante busse da farla strillare.

—Non devi andar sulla strada quando viene il treno, hai capito?—le
diceva.

Ma Pierina non capiva nulla, soltanto sapeva che quando andava sulla strada per far festa al vapore, prendeva le busse che le facevano male, e un po' alla volta perdette l'abitudine d'andarci, e si contentò di salutare il treno dalla finestra o dalla corte, davanti alla casa.

Fattasi più grandicella, incominciò a frequentare la scuola del villaggio, e tutte le mattine quando vi si recava, sentiva nelle orecchie la voce della mamma che le diceva:

—Ricordati, prendi il sentiero della montagna, non passare lungo le
rotaie.

—Oh mamma, non sono più una bimba,—rispondeva,—e non c'è pericolo
che vada sotto al treno.

—In ogni modo sono più tranquilla se prendi l'altra strada; qualche volta ritornando colle amiche, chiacchierando, non si sa mai, una disgrazia è presto venuta, e noi siamo tanto abituati al rumore del treno che ci può venir addosso senza che ce ne accorgiamo.